Pillole d'Arte

 
 
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(Fonte : Albo artistico napoletano - 1853)

GIUSEPPE CAMMARANO (1)


NELLE ore pomeridiane del giorno 9 ottobre 1850, Napoli era testimone di uno spettacolo tristo quanto commovente. Una esequie percorreva a lento passo le principali vie della città, fra il dolente silenzio degli spettatori ed il rammarico di un immenso stuolo di artisti , non che di persone ragguardevoli del paese, che seguendola, rendevano al defunto l'estremo tributo di onore: ma il feretro, lungi dall' essere affidato a mani mercenarie, veniva disputato dal fiore degli uomini gentili , che quando erano obbligati cederlo ad altri, lo facevano come a malincuore. La moltitudine , d' ordinario indifferente, si sentiva suo malgrado commossa a si pietoso spettacolo; e quando chiedeva rispettosa e sommessa chi fosse colui che tanto amore ed onore si aveva meritato, rimaneva come più mesta ed afflitta udendo pronunziare il nome di GIUSEPPE CAMMARANO. Tutti lo conoscevano, tutti eran dolenti della sua perdita. I suoi dipinti ed i suoi allievi stan profusi da per ogni dove: ottantaquattro anni spesi per l'arte meritavano questo compenso. Non v'è sito reale o casa di magnate che non possegga sue tele o suoi affreschi: non v'è maestro di disegno o di pittura napoletano che non si vanti suo discepolo. E’ innegabile che la sua istituzione abbia ravvivato in Napoli l’arte del dipingere, caduta in profondo letargo dopo Luca Giordano e Solimena : cosa a cui non si può pensare senza essere dolcemente commosso, come quella che ti richiama alla mente le fiorenti scuole dei secoli scorsi, crogiuoli in cui l’arte si depurava e perfezionava, semenzai di tanti ingegni che talvolta ecclissavano la gloria dell’istitutore!

Occorrendoci parlare spesso di pittori napoletani , ed essendo stato Cammarano il ceppo, per cosi dire, di tutti i presenti rami, è indispensabile accennare in poche righe le vicende di questa scuola , se non una delle prime, certo non dello ultime dell' arte italiana (2) La scuola napoletana , iniziata con Tommaso degli Stefani , raddrizzata da Giotto, venuto qui a dipingere appena salito in Fama (1325), e mantenuta in onore dal Solario e da altri, subì ancor essa la trasformazione portata nell’arte da Raffaello; periodo a cui la iniziò Andrea da Salerno (1513), e la sostennero i Santafede e il Caravaggio. Lo stile di Michelangelo vi ebbe pure il suo riverbero: Vasari veniva a dipingervi dei quadri che, secondo lui «svegliarono gl' ingegni di questo paese » e Marco da Siena qui si stabiliva e conduceva ragguardevoli fatiche. Ciò sino alla metà del secolo decimosesto: allora il Tintoretto a Venezia, il Caravaggio a Roma e i Caracci a Bologna aprirono alla pittura nuove vie, e la loro maniera fu subito adottata in Napoli dal Corenzio, dal Ribera e dal Caracciolo , ognuno dei quali nomi corrisponde ad uno dei già citali. Queste fiorenti scuole ci dettero Massimo Stanzioni, ed Andrea Vaccaro, Mattia Preti, Aniello Falcone, emulo del Borgognone, e Salvator Rosa, genio che si sprigionò e si formò uno stile ed una maniera propria: ed ebbero un secondo periodo nel Giordano , nel de Matteis e nel Solimene, periodo cercato di protrarre da Sebastiano Conca (1764). Dopo questo tempo la storia registra i nomi di Bernardo de Dominici (lo storico), del Bonito, del de Mura ecc.; ma confessa in pari tempo che la scuola era caduta, ed il gusto perduto. Fra questi ultimi viene annoverato ancora un Fedele Fischetti : alle sue cure fu affidato verso il 1778 un giovanetto che si chiamava Giuseppe Cammarano.

Era figlio di un artista comico ed aveva dodici anni (3) Un bel giorno dell'anno 1780 una brigata di forestieri, nel salire il Vesuvio , si fermava a curiosare la chiesa di S. Maria a Pugliano. Dopo di aver udito dal custode di essa la pia tradizione che la vuol attribuita ad Apellone, primo vescovo resinese consacrato da S. Pietro, veniva da costui accompagnata a veder gli affreschi del camposanto attiguo, allora in costruzione. Osservatine molti, si arrestarono tutt’ad un tratto in faccia ad uno raffigurante un Cristo portato al sepolcro; esso spiccava fra i precedenti per arditezza d’idea e gusto di colorito. Altri gli succedevano, che appalesavano la stessa mano; e presso all'ultimo, incominciato appena, si vedevano, come lasciati allor allora, i colori e i pennelli. «Il pittore è qui dunque? » dissero essi; e rivolti ad un fanciullo che stava con altri compagni giuocando sotto il tiglio secolare che si ammira li presso: «Sai tu, gli chiesero, l’autore di questi freschi, e dove sia adesso ? - Ma l’autore son io , rispose arditamente il fanciullo, lasciando il giuoco e facendosi innanzi : in che posso servirvi ? - Tu ? e quant’anni hai? — Quattordici , e dipingo sotto Fischetti - Vorresti venire a Roma a studiar le opere dei sommi? Se lo vorrei!.. ne ho inteso tanto a parlare: ma come posso lasciare la famiglia mia ? Senza le mie fatiche languirebbe nella più grande miseria. » II giovanetto diceva il vero : il teatro rendeva al padre immensi applausi, ma pochissimo danaro. Ma Fischetti, quantunque fosse il primo pittore dei suoi tempi, cominciava a venir in uggia al Cammarano che si sentiva saper fare meglio di lui; senza però conoscerne la maniera. D'altronde questi ne frequentava lo studio perchè a quello non mancavano mai commissioni , ed al professore conveniva moltissimo avvalersi del discepolo: ma questo lavorare per conto altrui era un boccone duro ad ingoiare. Era una posizione difficile e critica la sua. Se avesse avuto mezzi sarebbe corso a Roma a slargarsi l'orizzonte e l'intelletto, far tesoro di quei capolavori, e fondarsi su quei principii che erano ben altra cosa che quelli del Fischetti: se avesse avuto mezzi, prima idea sua sarebbe stato disfarsi dell'educazione artistica ricevuta, rimondarsi di quel battesimo di mente, e rifarsi all’intutto sui luminari dell'arte, genii ognuno dei quali ha fatto un passo verso il supremo Bello; ma invece era obbligato a tinger tele per il maestro ed a contentarsi della scarsissima mercede che da questo gli veniva.

Quando non lavorava da Fischetti, dipingeva scenografia sotto Domenico Chelli, capo delle decorazioni a S. Carlo: quando queste fatiche mancavangli ancor esse si rivolgeva ad altri. Così gli venne fatto di conoscere Hackert, che in quel tempo adornava di pitture la regal casina di Cardito. Per un capriccio di artista, questo rinomato pittor di paese si volle avvalere, per le figure che gli abbisognavano, del pennello del Cammarano, il quale vi pose nel farle tutto amore e l’ingegno possibile. Quando i lavori furono compiuti, Ferdinando I volle vederli: e nel mentre che se ne mostrava compiaciutissimo col pittore, costui gli chiedeva il permesso di presentargli un giovanetto che lo aveva aiutato nella fatica. Il monarca fu sorpreso in mirare un fanciullo, e volle che senza por tempo in mezzo partisse per Roma e vi studiasse cinque anni; egli penserebbe al tutto. Cammarano esulta: i suoi voti sono appagati, ed egli si disseterà nei tesori della città eterna. Vi corre infatti, e per venti mesi studia indefessamente, tutto indagando, nulla trascurando: ma una malattia lo costringe a ritornare in patria. Però quel tempo gli è bastato; ei ritorna con uno stile sufficientemente corretto, sicchè riconduce a norme pia ragionevoli il disegno che aveva del tutto smarrito la strada: ritorna con un colorito più vero, giacchè si poteva dire che prima di sui i colori venissero collocati a piacere. Vedendo il bisogno che ve n'era, ei si decide ad istituire una scuola; gli allievi vi affluiscono tutti i giorni, ne lo lasciano più. In pari tempo è stretto da tal quantità di commissioni che gli manca il tempo a tutte adempierle; ma egli rammenta Luca Giordano e dipinge tutto da se. Avevalo la natura dotato di una prodigiosa attività e di una lucidità di mente, dote che e forse più della fantasia bisognevole al pittore, come quella che lo preserva dalle riproduzioni e dalla confusione nelle composizioni: giacchè, in quella che la mano scorre celere, il pensiero dev'esser limpido, onde ravvisar chiaro le idee della fantasia e riprodurle nette e spiccate sulla tela o sull'intonaco. Queste tre doti, accompagnate dal gusto che castiga e depura eseguendo, formano il complesso che si chiama genio e che pochissimi artisti han posseduto nel vero senso della parola: attesocchè il genio non consiste solo nell' arditezza dell' idea, nè è, come vogliono altri, frutto di quella matura riflessione, sotto il cui impero le opere di arte nascono stanche e come travagliate.

Enumerare tutti i dipinti del Cammarano non possiamo quando non poteva egli stesso (4) Fece quadri storici, favolosi, allegorici, ritratti, e dipinse ad olio, a fresco, a guazzo, ed in tal quantità che ne aveva perduto la memoria. « Dev' esser mio», diceva alcune volte di qualche dipinto che gli veniva presentato e che egli più non riconosceva : « dev'esser mio perchè ne ravviso lo stile ». E il dipinto era veramente suo. E S. Carlo ebbe anche pitture di lui, quando tutti ne volevano : ei vi dipinse il sipario ed il velario, opere che fecero grido nell'epoca in cui vennero esposte, e di cui l’ultima forma ancora l'ammirazione del pubblico (5) Emmanuele Taddei ne fece la debita lode nel suo « Cenno storico sopra S. Carlo »; riporteremmo le sue parole se non ci fossimo prefissi la maggiore brevità possibile. Al 1806 fu nominato maestro dell'Istituto (6) ed egli ch'era stato sempre l' amico degli artisti cominciò a divenirne il padre e il consigliere. Gli egregi scultori Calì ne provarono più d'ogni altro la squisita bontà dell'animo, e ne riceverono gli amorevoli ammaestramenti : orbati di fresco del padre, trovarono nel Cammarano un padre e un maestro. E così molti altri. Ne son queste frasi da biografia. La generazione presente, per far mostra forse di maggior avvedutezza di quella che ha, sorride sempre incredula quando sente parlare di virtù altrui; ma a talune non può non chinarsi rispettosa, e allora il suo assentimento addiviene una incontrastata autorità. Così è avvenuto con Giuseppe Cammarano.

Talune volte, come a sollievo delle sue occupazioni , lasciava il pennello per rinfrancarsi in ameni passatempi, come la lirica, la musica, o più di tutto le rappresentazioni teatrali. Molti suoi coetanei lo rammentano ancor per questo, e con compiacimento. A quel che ne è avvenuto dappoi, si sarebbe allora potuto dire che egli invitasse quelle arti in famiglia per farvele educare e rimanere, onde non potendo lasciar ricchezze ai figli suoi, quel più prezioso capitale loro riserbasse; ed infatti essi sono stati o sono quasi tutti egregi cultori dall'arte, testimone quel Salvatore Cammarano, si immaturamente rapito alla scena lirica italiana, nella quale aveva conteso l’alloro a Felice Romani. Padre di parecchie generazioni di pittori, se la sua mano si era coll'andar degli anni infiacchita, la mente si era conservata la stessa, e seguiva compiaciuta lo svolgimento e il progresso che vedeva operarsi nell'arte dai suoi discepoli, le cui opere contemplava con la più dolce soddisfazione. «E’ un mio allievo!» esclamava il buon vecchio nel vedere talune tele che formavano l’ammirazione generale : «io ho cominciato, essi proseguono, io mi son fermato, essi camminano». Questi suoi discepoli erano Marsigli, De Vivo, Mancinelli, Morani, Smargiassi, Catalano, D'Auria , Bonolis, ecc. Quale schiera di egregi ! Chi volesse portar un giudizio sul merito del Cammarano, dovrebbe considerarlo sotto il duplice aspetto di istitutore e di artista. Noi abbiam visto al principio di questo cenno come il seicento fosse la sola epoca fiorente della pittura in Napoli, quella in cui i suoi artisti ebbero un tipo ed una impronta propria, tale da meritare il nome di scuola : e questo periodo, come si avvisa anche il Lanzi, corre dal Bellisario al Giordano. Dopo quest'ultimo essa si venne man mano disfacendo, cominciando a cadere dapprima, come tutte le altre, nel manierismo dei settecentisti, finché perduto forma e concetto, si ridusse in uno stato deplorabile che se non era morte, era un' agonia prolungata. Gli artisti più non furon che artefici decoratori, e quest’arte sublime, che dev'essere il più potente dei linguaggi, divenne ignobile e basso mestiere. La restaurazione perciò di essa richiedeva non comune cura ed accorgimento, e conveniva prima di tutto rimetterla sulle vere ed eterne basi, dalle quali insensibilmente distaccatasi aveva finito per rovesciarne. Era questa una fatica penosa ed ingrata, ma senza la quale non era sperabile alcun successo; e ad essa faceva mestieri più che un genio prepotente, la pazienza di un professore avveduto ed illuminato che interamente vi si consacrasse. Il Cammarano vide ciò, e se non fece intera abnegazione del suo ingegno ad esclusivo utile della istituzione che fondò, ciò fu perchè assieme con i tempi comprese anche se stesso: nè noi venuti dopo, ed allorquando l'opera sua principale ne fa concepire lusinghiere speranze, possiamo in buona fede dargli torto. Anzi gli esempi di lui in quell'epoca di tenebre furono sprone alla sua istituzione e suggellarono, per cosi dire, i precetti con che veniva educando quelle giovani menti che tanto onore dovevano fargli un giorno.

Ma se la gloria di istitutore è in lui tale che superar dee di necessità quella di artista, non per questo si supponga che come dipintore il Cammarano non occupi un posto ben distinto. Egli ebbe un pennello facile e fecondo, e se il suo fare peccò di troppa restrizione, ciò non gli si deve imputare a carico, come quello che venendo il primo doveva andar di necessità cauto e riservato; che quand'anche avesse posseduto facoltà tali da sperimentare uno slancio, l’effettuarlo non era ne prudente ne a proposito. La qual cosa va detta ancora del suo colorito che è sobrio e temperato, ed affatto immune dalla pecca di eccessivo. Giusta il gusto del tempo, ei dovè trattare assai spesso soggetti mitologici, e lo fece molto acconciamente; ne sia pruova il velario di S. Carlo, fatica vasta per quanto pregiata, che raffigura Apollo che presenta a Minerva i più illustri poeti ed artisti. Ma dove il Cammarano riuscì molto fu nei quadretti di piccola dimensione, di cui la famiglia possiede ancora una numerosa collezione; in essi van notati principalmente i fauni, i satiri, e gli amorini e per la loro grazia e sveltezza, e per l'espressione che portano impressa sul volto; come anche le ninfe, che pare ti guardino con una certa malizia che provoca il sorriso. Il suo pennello fu dunque più interpetre di grazia, e come tale si adattava meglio a trattar di siffatti soggetti che ad adombrar vaste tele, ove invece abbisognaci potenza di fantasia e grandiosità di mezzi: ma tutti i suoi dipinti però rivelano gusto e accorgimento, e son condotti con non comune diligenza. Senza dubbio quel fare superficiale e plastico dell’epoca in cui dipinse non può di necessità finirti, adesso massimamente che l’arte si studia con tutte le sue forze d’incarnare nelle sue opere quel supremo concetto che è l’anima di essa, e senza del quale non rappresenterà che fantocci più o meno graziosi : adesso, diciamo, fra i passi che sta dando fra noi, e quando la critica che è col suo avanzarsi sicuro indirizzo del progredire di essa, è usa veder ogni dì recate ad effetto le sue esigenze del ieri. Che se ognun dei nostri tiene adesso una via diversa, come nei primordi di tutte le cose, è innegabile del pari che molti di questi singoli elementi, presso artisti giustamente elogiati, han raggiunto un punto molto affine alla perfezione; e che procedendo di questa guisa non sarà lontano il giorno in cui sorgerà una scuola che accogliendoli tutti in sé raggiungerà con quest’opera di sintesi lo stadio di perfezione, a cui i presenti individualmente, e diciam anche, a propria insaputa, cospirano. Ed allora l’opera iniziata dal Cammarano sarà compiuta.

 
Raff. Colucci