Pillole d'Arte

 
 
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(Fonte : Albo artistico napoletano - 1853)

BEATRICE CENCI RINCHIUSA IN TORRE SAVELLI

Quadro del Cav. Tommaso De Vivo


Mirasi l'interno di un carcere, ove ad un angolo la povera Beatrice siede sopra un letticciuolo, nell' atto che prega il Farinacio suo difensore di far palese al Santo Padre Clemente VIII la sua innocenza. Questo giureconsulto pare che l’assicuri di tutto il suo zelo, e che le porga parole di conforto, mentre poco discosto mirasi Guido Reni, che dà delle rapide occhiate alla Beatrice, facendole il ritratto. Di lato campeggia la cupa fisonomia del suo carceriere, che è in colloquio con una Guardia. — Troppo nota è la storia di quest'infelice, non che quella della sua effigie che si conserva nel palazzo Barberini. Ognuno comprende che il de Vivo ha ritenuto le stesse sembianze, se non che in quelle del quadro, di cui facciamo parola, la fisonomia è più pallida e trista. I suoi occhi sono sbattuti e pregni di lagrime, e pare. dominata da un pensiero tremendo, quello di una condanna prossima ed ignominiosa. Secondo Shelley, in tutto il suo aspetto avvi una naturalezza e dignità che congiunta alla sua rara bellezza, e alla terribile imputazione che le pesava sul capo, destano nell' animo dello spettatore una commozione difficile ad esprimersi. La Cenci è una di quelle creature che formano eccezione della loro specie, accoppiando la forza alla gentilezza, senza che una escluda l'altra. Cosi la tragica fine di questa vittima dell’odio e dell'amore conferma il motto di quel poeta amico di Byron, e di Roma, che i fiori più gentili sono sempre rari e delicati; e che l’amore e la speranza non fioriscono che per appassire.

La fisonomia del Farinacio e tratta dalla statua esistente sulla sua tomba in San Silvestro a Montecavallo. — La figura giovanile del Guido Reni è riprodotta da una effigie del suo tempo.

Il Cav. de Vivo, già noto per la facilità della sua composizione, e per la sua ricca e fertile fantasia, si è del pari costantemente distinto per un disegno corretto ed elegante. Sembra che abbia ne' molti suoi dipinti mostrato differenti maniere di colorire. Nel Bacco, e nel Diomede vincitore al corso dei carri, lo prognosticammo un buon colorista. Parve tuttavia che per un momento non progredisse in questa parte della pittura; anzi ritrovammo talvolta in qualche suo dipinto posteriore alcun che di paonazzo, che ci faceva desiderare l’antica sua maniera. Ora però possiamo asserire di avere egli riunito alla eccellente composizione, ed al perfetto disegno, quel colorito e quel classico tuono, che conviene ai quadri storici. Quindi possiamo , senza taccia di parzialità , lodare nel suo dipinto un accordo generale di colore e di chiaroscuro da far riposare l’occhio, adattando l’insieme al carattere del soggetto. Le vesti bianche della Cenci, e l’abito nero del Farinacio formano un grato controposto, conservando un'armonia tanto difficile fra quelle due tinte cosi diverse.

Le mura interne del carcere sono debolmente illuminate da un finestrino. Il raggio di luce che vi penetra, maestrevolmente adoperato dal de Vivo a rischiarare quel sotterraneo, fa rilevare i personaggi che compongono quella mesta scena, e nel ritrarre le tinte brune e trasparenti del luogo, ha evitato quel soverchio nero, che si critica spesso nei quadri d' interno. Il dipinto della Cenci del signor de Vivo sarà d'ora in avanti rammentato come un modello di semplicitá e di grazia; ed avrà per suoi parteggiani tutti coloro che amano nelle produzioni dell' arte una poesia modesta e velata, un argomento patrio d'indelebile rimembranza, e che desti tenere e profonde commozioni.

 
C. Bonucci