Pillole d'Arte

 
 
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(Fonte : Albo artistico napoletano - 1853)

L'INFANZIA DI SISTO V

Dipinto in tela del Cav. Tommaso De Vivo


Chi volesse parlare della pittura napoletana ai giorni nostri non potrebbe farlo altrimenti che col nominare a parte a parte le opere e i pittori diversi, e dare a ciascuno di essi quella lode che merita. Appunto nel modo che noi abbiamo incominciato a tenere in quest'opera nella quale offriamo ai lettori i principali lavori de' nostri artisti, ed aggiungiamo al disegno qualche breve dichiarazione. Ma sarebbe per contrario un vano desiderio di voler parlare altrimenti della pittura napoletana, ed assegnare ad essa quel carattere complessivo che non ha e non può avere nelle presenti condizioni; voglio dire quel carattere che costituisce tutta una scuola. La quale senza lasciar di mostrare quella diversità che sempre deve trovarsi nell' ingegno di ciascun artista, non lascia pure di far travedere una certa unità di forma e rassomiglianza nella mente di coloro che sono nati ed educati sotto uno stesso cielo. Ciò si è potuto vedere un tempo in Italia nelle diverse scuole, come furono la lombarda, la Bolognese , la romana , ed anche per breve tempo la napoletana. E questo stesso è un grandissimo aiuto ad intendere e descrivere la storia di un'arte in termini chiari e precisi, come si può dire delle scienze tutte; perciocchè in esse la diversità delle scuole esprime la diversità della mente umana in ordine ai tempi, e la loro storia si può abbracciare e delineare in modo pia facile e con maggior profitto.

In quanto alla pittura mi pare che questo legame intimo e vitale che costituisce una scuola prenda origine da cagioni altissime che qui non è luogo di nominare; e per trovare una scuola, non basta che gli artisti sieno nati ed allevati nello stesso luogo, ed abbiano comuni gli elementi della vita materiale come quelli di respirare la stessa aria ed abbeverarsi alle stesse fonti. A me sembra che in Napoli si possa chiamare col nome di scuola quella solamente de' pittori che fiorirono nella seconda meta del viceregnato spagnuolo. Ebbero quei pittori un certo modo loro particolare e proprio che li segregava dagli altri d'Italia; ma ebbero pure , chi più chi meno, una certa indole comune, molto sentita e vigorosa, che li fa ravvisare per pittori appunto come suol dirsi d’una stessa scuola. Oggi nessuno saprebbe dire lo stesso della nostra pittura, nè per quanto mi affatichi posso rinvenire un certo legame che rannodi i nostri pittori; anzi nell' andare da un dipinto del De Napoli ad uno del Mancinelli, del Guerra o di altro, quasi non vorrei credere che questi artisti sieno tutti nati in mezzo a noi, abbiano avuti gli stessi maestri e sieno stati lo stesso numero d'anni a studiare in Roma.

L'autore del quadro che riportiamo, cavalier Tommaso De Vivo è uno de nostri artisti di molto nome appresso il pubblico, il quale ammira in esso la grande felicità e fecondità dell'ingegno che invano si desidera in altri. Ma il De Vivo è una prova di quello che abbiano affermato sui nostri artisti; perchè egli è tanto diverso d'indole di carattere e di modi da tutti quelli che sono nati ed educati con esso lui nella scuola dell'arte. Le cagioni di questa diversità e del difetto di una scuola presso di noi, essendo troppo varie, richiedendo più lungo discorso ci e bastato di accennarle. Ma formeranno il soggetto di un' altra scrittura la quale troverà luogo in questo libro. Ora diciamo che il signor De Vivo oltre alle lodi che merita come uno de' più operosi ed ingegnosi nostri pittori, è stato pure uno de' primi a portar saggi da Roma i quali mostrassero che cosa si potesse aspettare di bene, dopo i pochissimi e deboli pittori che Napoli ha veduti ne’ primi trent’anni di questo secolo.

Tutti ricordano saggi esposti in quel tempo un suo quadro che riportò la palma sugli altri, e figurava un Diomede che dopo la vittoria discende dal carro, anelante ancora e tutto asperso di polvere olimpica i capelli e la barba. Da quel punto il De Vivo non ha mai lasciato di compiere gran numero di lavori dai quali sono ornate le chiese e le reggie di Capodimonte di Caserta e di Napoli. Ma uno de' lavori pia belli del nostro artista e il quadro che riportiamo inciso, e rappresenta un'avventura dell' infanzia di Sisto V Pontefice. Egli fu ben fortunato di avere alle mani un soggetto di tanta .bellezza, anzi uno di quelli che nell'azione del momento da essi rappresentato ti fanno passare innanzi alla mente una lunga serie di anni e di avvenimenti memorabili quanto se ne leggono nella vita dell'uomo straordinario ritratto da lui in quella tela.

Ebbe da rappresentare un Sisto V fanciullo, quando la storia lo ricorda a pascolare gli armenti sui campi Piceni donde lo tolse la carità del monaco di san Francesco che andava ad Ascoli. E lasciando quelle campagne, com'egli fece, s'incamminava ad essere un giorno non solamente predicatore e teologo de’ primi ma Pastore dell'ovile di Cristo, e doveva, rivestito del Gran Manto rimanere nella storia come esempio di fermezza invincibile. Io non so dire se sia opera della nostra fantasia la quale si figura d'incontrare spesso ciò che a lei piace di vedere, ma certamente nell'aspetto animoso e vivace di quel fanciullo ch'io vedo nel quadro, mi par di leggere un'anima non volgare, e direi quasi un'anticipata rivelazione dell'avvenire. E il pittore lo ha cosi ben collocato nel mezzo ed in piedi e stringendo e poggiando a terra il lungo bacolo pastorale, che tu lo ravvisi subito, benché cosi fanciullo, per essere la prima persona del quadro. Sulla sua sinistra gli sta d'appresso una femmina di quelle che indovinano la ventura, la quale nel chinarsi verso di lui e nel guardarlo fisso in volto, gli accenna con la mano la mole del Vaticano che si vede in distanza, mentre un'altra femmina seduta in terra, ascolta con animo atteso il vaticinio di quella errante Sibilla.

Vuole una costante tradizione che veramente al fanciullo Domenico Peretti, mentr' era in così misera condizione, venisse da una di queste femmine indovinato l'avvenire; il quale avvenimento, o che sia frutto di una invenzione posteriore o veramente storico, acquista importanza per l’illustre uomo in persona del quale si racconta. Tale fu il soggetto che trattò il signor De Vivo, con felice successo, parendo a noi di veder riuniti in questo dipinto i diversi pregi che si trovano sparsi in altri dello stesso autore; e per questo lo abbiamo trascelto ad ornamento della nostra raccolta. Anzi possiamo affermare che alcuni difetti de' quali possono venir ripresi i suoi quadri (perché non è artista al mondo che non ne abbia) tu non li trovi in questo dove la verità de’ colori è pure disposta con tanto accordo, senza che nulla se ne tolga alla ordinaria vivacità dello stile di questo artista. Ed egli ha saputo inoltre accomodare al carattere di quelle figure e di quell’avvenimento anche la scena bellissima, come potranno ravvisare i nostri lettori i quali abbiano desiderio ed occasione di vedere il suo dipinto nella Reggia di Caserta.



Cesare Dalbono