Pillole d'Arte

 
 
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(Fonte : Albo artistico napoletano - 1853)

LO STUDIO DI GENNARO RUO

e il S. Sebastiano


Fra i pittori che presso di noi formano, diciam cosi, la generazione novella, distinguesi fra i primi Gennaro Ruo, e per la facilità del pennello e per la maestria con cui adopera il colore. Quando, mesi sono, visitai il suo studio ebbi agio di convincermi di ciò contemplando la sua famosa Baccante ebbra di voluttà e di vino, a cui un sol rimprovero può farsi, quello di esser troppo vera; e vedendogli dipingere, per commissione di altissimo personaggio, una scena popolare napoletana del 1617 in cui il campanile di S. Lorenzo e il tipo speciale degli attori mi fecero ricorrere col pensiero ai tempi che Micco Spadaro seppe sì bene ritrarci, più di qualunque cronaca, col suo pennello. Lasciando stare le miriadi di ritratti e d'infanti e di feminine e di viri sorridenti, malinconici, orgogliosi, serii a posticcio o graziosi ad arte, come piacque meglio comporsi ai loro originali, e che aspettavano tutti l'ultimo tocco per andare a collocarsi più o meno vanitosi nella sala loro destinata.

Un altro dipinto su coi mi arrestai fu il S. Giovan Battista; mi piacque ritornare su pregi che già avevo in esso ammirati nell'ultima mostra di belle arti, cioè la ragionevolezza della composizione e la sobrietà del colorito. Un Cristo crocifisso, grande quanto il vero, era stato da lui terminato poco innanzi per andare a prender posto in una chiesa di Gaeta; esso distinguevasi principalmente per un assai felice impasto di carnagione, che riceveva il suo massimo effetto dal fosco cielo che gli serviva di sfondo. Ma uno dei migliori suoi dipinti è il S. Sebastiano che si vede nel real palazzo di Capodimonte, e di cui diamo qui una incisione.

Egli è vero che la critica presente non la menerebbe buona al Ruo di non volerne sapere più in là della esatta riproduzione della natura umana, che dev'essere oggidì il tema e non l'ultimo scopo dell'arte, per chi conosce 1'effettivo valore di questa parola; ma è indubitato che per quanto severamente si voglia giudicare il Ruo, niuno può contrastargli i pregi indicati di sopra. Nel dipinto però di cui si parla osservasi più che questo; giacché non v'è chi vorrà negare che la scena rappresentata dall'artista abbia nella sua semplicità tale impronta di vero e di pietoso da parlare a tutti gli sguardi. La spossatezza a cui mena il dolor fisico e la fede che nel martirio divien più viva è evidentemente resa nel volto e nella persona del protagonista; come la carità cristiana e personificata in Irene e la pietosa compagna accorse in aiuto di lui. E la selvatichezza e tetraggine del sito ben si accordano colla crudità del supplizio e la profonda pietà del soggetto. Se discendiamo poi a parlare della parte plastica del quadro, gli elogi al Ruo addiventano maggiori. Bella è la composizione della figura del S. Sebastiano, tipo la cui robustezza di soldato non è discompagnata da una tal quale venustà perchè ingenerasse compassione maggiore; e l'occhio scorre con piacere sulle singole parti del corpo espresse con una perizia ammirabile, massime nella contrazione dei muscoli causata dallo stringimento dei ceppi e dal dolore delle aspre ferite.

Le donne collocate a sinistra lasciano ammirare intero quel bel corpo che una verde quercia sostiene; ed il gruppo di tutte e tre le figure forma un ben aggiustato assieme. Il bel tono di colore infine, principal pregio di questa tela, completa l'opera del disegno. Nelle carni palpitanti scorgesi bene la vita; e gli accessori colla loro severa modestia non distolgono l'occhio del riguardante, mostrando chiaramente l'artista come non da essi voleva riconoscere il merito del suo lavoro ma dai sentimenti che vi volle trasfondere.



RAFF. COLUCCI.