Pillole d'Arte

 
 
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(Fonte : Angelo De Gubernatis - Dizionario degli artisti italiani viventi  - 1889)

Cesare Tallone

Pittore lombardo, nato a Bergamo, residente a Milano. Si occupa in modo speciale del ritratto e vi si distingue per la riproduzione vera dell'originale, per la vivacità del colorito, per il disegno corretto e accurato; qualità che rendono i suoi lavori degni della comune ammirazione, anche dei critici d'arte più severi. Conosciamo di questo artista molti lavori, esposti con successo in varie Mostre di Belle Arti. All' Esposizione di Roma, nel 1883, s'ammirava un bel ritratto del signor Luigi Bernasconi, ed un altro quadro rappresentante: Una vittoria del cristianesimo ai tempi di Alarico. A Torino, nel 1884: La derelitta; Ritratto di vecchio, Ritratto del cap. Fondacaro. Inoltre: Beone, di proprietà, del cav. Francesco Vittore Salvi; ritratto di proprietà del cav. Tasca; Ritratto della signora Dell'Acqua; Ritratto, per commissione del cav. Emilio Treves; Ritratto del cav. Lumi Dell'Acqua, sono lavori che furono ammirati alla Esposizione di Milano, nel 1880. Finalmente alla Mostra di Belle Arti di Venezia, nell' anno seguente, presentò: Ritratto del colonnello Tasca; Beone, già esposto a Milano; Ritratto. A proposito del quadro: Un trionfo del cristianesimo ai tempi di Alarico piace qui riferire quanto scrive F. De Renzis nelle sue Conversazioni Artistiche:

"Un artista che non lascia dubbio sulle intenzioni sue, mi sembra il signor Tallone. Egli chiaramente e senza sottintesi mette nome al suo quadro: Il trionfo del Cristianesimo. Anche il Tallone ha dipinto una delle otto o dieci tele grandiose della Mostra. La quale figura assai bene, nel fondo d'una delle sale, ove lo spettatore può allontanarsi a suo bell' agio per trovare il punto, che meglio s'accordi ai suoi mezzi visivi. Questo Trionfo piace sulle prime. Una tinta chiara aleggia fra le figure ed il paese. Una sobrietà di colore, un impasto simpatico, una sapiente distribuzione di toni, rende armonico il tutto. Vi fermate attratto da qualche figura luminosa, resa con verità, dipinta con larghezza da una mano sicura. Guardate a lungo e l'interesse non cresce. È là una folla, una parvenza d'eccidio; coltelli e daghe sguainate, vecchi, donne, fanciulli destinati al macello dei soldati d'Alarico vittoriosi. Preparate il vostro spirito a una commozione purchessia. Dite nel vostro animo: ci siamo! Eccoci in presenza d'un dramma o di una tragedia. In tutta questa brava gente ci sarà bene chi vorrà procurarmi un sentimento di terrore o di gioia, chi vorrà gettare nel mio cuore un ricordo lungo, se non imperituro. Le vittime innocenti mi innoveranno a pietà. Avrò un dolore, un ribrezzo, una malinconia. Niente! Il dramma intravisto vi sfugge, l'entusiasmo si raffredda, la commozione scema, finché, stanco dall' inutile atteso piacere, i vostri sguardi si posano altrove. È dunque mediocre il quadro e l'artista privo di valore? Oibò, Il dipinto ha pregi incontestabili; l'autore mostra un ingegno grande, una conoscenza d'arte da molti invidiata. O allora? Proviamoci a spiegare questa, che a prima giunta sembra un'anomalia e non è. Siamo nel 410. Son costoro i barbari saccheggianti Roma, e quelle brave persone dall'occhio mite sono predoni di Alarico I, re dei Visigoti? Non è chiaro. Due volte s'era presentato alle nostre porte quel re, e dal sognato eccidio aveva receduto. Ma la passione era in lui troppo viva; era una nostomania incurabile e andava guarita col possesso. - Sento in me qualcosa che mi eccita a prendere i tesori di Roma - egli soleva dire. Tanto tonò che piovve.

 E il saccheggio avvenne. Il Trionfo del cristianesimo, è poi questo: che, al dire di uno storico, gli arredi sacri e le sante reliquie furono salvate per ordine del re; dagli stessi predoni volontariamente furono portate alla basilica. La scena del signor Tallone è dunque nelle vie di Roma. S'apre la calca stipata per lasciar passare una fanciulla dallo sguardo divino; la quale precede la turba avanzantesi processionalmente, che trasporta messali, patene e croci. Domina il quadro la figura illuminata, quasi raggiante, di questa bionda vergine, che cammina tenendo un oggetto sacro fra le manine affilate. Ella cammina e discende verso lo spettatore; però, ove metta il piede, non guarda, poiché i suoi occhi ispirati si volgono a Dio, non pensando che è facile cadere, andando in quella guisa sul lastricato sconnesso. Ma le vergini sedicenni non hanno esperienza. Ignorano perfino quel che accadde al filosofo greco innamorato delle stelle. Deliziosa e gentile personcina questa; tutta di bianco vestita, spirante la serenità mistica degli angeli e dei serafini. Più simpatica che vera, ideale più che terrena; con l'incarnato quale si vorrebbe trovare nelle donne, i capelli d'oro zecchino, le mani stupende, i cui ditini sfumantisi in punte, non mai viste, portano la teca sacra, per virtù di equilibrio, con una grazia semplice, che nasconde la civetteria. Ah davvero, questa fanciulla, d'una purità dolce, io staccherei dal quadro, se fossi padrone di ciò fare; l' appenderei in capo del letto alla mia figliuola, come l'angelo tutelare della sua virtù. II pittore, nel metterla lì, in quella positura tranquilla, si è per fermo ispirato, più di quanto egli non crede, alla Santa Cecilia vista a Bologna. In quello stesso attegiamento, di faccia come quella, cogli occhi rivolti al cielo, è la bella santa di Raffaello. Ma quel che nel sommo pittore forma la più alta espressione del naturale e del vero, qui diventa una maniera scivolante nell'affettazione. Che la Santa Cecilia ispirata, guardi in su, si capisce. Ella è ferma, non cammina. Le sue mani s'aprono , perocchè, vinta dall'estasi d'un canto celeste, lascia sfuggire l'istrumento. S' intende. E' semplice, naturale quel gesto. Nel gruppo circostante tutti sono immobili, ma sono tutti in egual modo presi dall'ammirazione; ascoltano commossi l'armonia piovente dall'alto! Non è un solo particolare che non concorra a spiegare nel quadro immortale, l'atto della santa proteggitrice della musica. Intorno alla fanciulla, in questo Trionfo del Cristianesimo, dovrebbe l' eccidio esser grande, se alcuno ponga mente ai coltelli sguainati, alle vittime designate al sacrifizio, commiste ai soldati del Visigoto. Ma qui il trionfo si cangia in miracolo addirittura. Quella processione giunta che sia nel mezzo della strada, tutti colpisce di una immobilità stravagante. Chi uccideva, a uccidere più non pensa; guarda la fanciulla che passa, chi le voglie brutali voleva sfogare sul busto procace d'una romana innocente, si ferma impietrito.

Quella visione tutti fa immobili, li irrigidisce a mezzo negli atti, come tocchi dal fulmine. Allora lo spettatore chiede a sè stesso: Come mai la folla avanzantesi sulla lunga via non ha prima d'ora fermato gli atti istantanei che si compievano, se tanta potenza ha sugli animi dei devastatori? Chi uccideva non ha udito i gridi lontani avvicinarsi man mano? E l'oncia di popolo non ha fermato già da lungi l'azione, per la novità del caso? Quei barbari sanguinari non fanno da vero? La loro ferocia è sumulata; quei coltelli sono di zinco, quel costume così ben dipinto è dunque un travestimento? Io lo credo. Quelle teste non sono di Visigoti inferociti dallo stupro e dalla carneficina. Non è quello lo sguardo di gente presa dalla voluttà della rapina e dell'eccidio. Nessuna vittima ha lo spavento dipinto sul volto, perchè sa di non correr pericolo. Alarico non c' è, il quale sente quel non so che, fatale alla vita e alle sostanze dei Romani e di Onorio.... "Et voila pourquoi, votre fille est muette!" Questa è la ragione; sono queste ragioni che dal quadro del signor Tallone ritraggono la simpatia in sulle prime data largamente. II dipinto non è per anco finito. V'è scritto e si vede: se alcuni impasti di colore sono sagaci, se certi rilievi sono evidenti, e studiata è l'arte prospettica; se il disegno è fatto di mano franca, e i particolari son resi, più di un personaggio non é modellato abbastanza. Certe carni dovrebbero essere appetitose, e sono prive d'ogni più lontana sensualità. Così il seno della donna disegnata di scorcio e trascinata dal vincitore, par che versi dal busto semiaperto. Quel petto affediddio non regge al ragionamento della storia naturale. Se è solido perchè si allunga? E se avvizzito, come mai le due parti divergono? Alcuno non creda severo il giudizio o sfavorevole al pittore. Se non avessi convincimento che al signor Tallone è serbato un glorioso cammino nell' arte, oh! da vero tanto inchiostro non avrei speso, e tanta cura a discuterne il valore."


A. De Gubernatis