Pillole d'Arte

 
 
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(Fonte : Emporium - n° 246 - Giugno 1915)

 

Il monumento ai Mille di Eugenio Baroni (*)

 

Il concorso bandito nel 1909 dal Comune di Genova, d'accordo con quello di Quarto al mare, che rivendicò allora il suo diritto a chiamarsi Quarto dei Mille, per il monumento da erigersi presso lo scoglio che è memorabile al cuore di ogni italiano, ebbe un esito dei più lieti che le cronache dei concorsi ricordino. La novità del tema era squisita e seducente. I monumenti a Garibaldi sono ormai innumerevoli — tra pochi degni e troppi sacrileghi - nelle piane d'Italia. Ma commemorando il cinquantenario della grande Avventura, fu compreso che si doveva finalmente onorarne insieme il duce e i gregarii, la mente audace e le braccia gagliarde; dando ad ognuno, con quell'immediata evidenza che è consentita all'arte più che alla storia, il posto proprio. Non più Garibaldi solo, invitto arcangelo, nume indigete, sull'altare; ma insieme con lui tutta la forza del popolo — non più l'eroe solitario, dalla potenza personale quasi inesplicabile; ma anche le sue propaggini e diremmo le sue radici nella materia greggia da cui egli è nato, e che è stata poi da lui nuovamente animata come dal soffio d'Iddio. Apoteosi complessa, dunque, e vasta e dinamica, e non ancora tentata dall'arte.

Levata in alto dall'insigne nobiltà dell'assunto, l'arte italiana si cimentò alla prova con forze insolitamente temprate. Come che la visione si potesse contemplare da punti di vista assai diversi e lontani fra loro, le interpretazioni originali delle gesta, nel suo valore storico e simbolico, furono tante, da rappresentare certo una buona parte dei suoi possibili aspetti plastici. Così, Guido Bianconi, invece che l'ardimentoso guerriero aveva evocato in forme femminili la poesia più patetica che in mezzo alla guerra non cessa di palpitare; e presso alla fatale prora aveva adunati i fantasmi della gloria dell'attesa e dell'addio. Gigi Orengo aveva forse raggiunta la sua cima, aveva composta la sua più bella imagine, in una nave latina, dallo sperone prominente, carica d'armi e d'armati; ove il duce, al timone, era bene al suo posto di nocchiuto. Angiolo Del Santo aveva impressa di grande purità una vittoria, sopra uno sfondo di parete appena intagliata da un fregio. Annibale Rigotti proponeva una colonna trionfale all'uso romano: in luogo del bassorilievo a spirale, i nomi dei Mille, incisi in oro sul fusto candido, sarebbero stati un'illustrazione sfolgorante. E molte altre idee vi erano, degne di ricordo.

Con reverenza commossa si vedeva il bozzetto di Battista Tassara, che fu egli stesso dei Mille, e giunse con la sua lena sempre verde a partecipare alla cinquantenaria onoranza dei suoi giorni più fausti e dei suoi intatti entusiasmi. Egli ha preso parte al concorso, ed ora lo abbiamo veduto, coi suoi riccioli bianchi, all'inaugurazione del monumento: sempre il più baldo fra tutti i suoi compagni d'arme. Ad multos annos, amico!... Il Comune di Genova, con atto meritevole di plauso e di seguito, ha voluto conservare e far conoscere, di tutti i bozzetti, almeno una pallida imagine, in un completo catalogo che è come una ghirlanda cui abbia dato fiori tutto il giardino della patria. Non ne mancano, com'è naturale, di spinosi e male olenti: ma questi non sono tanti da far disperare della nostra flora.

Ma pure, anche in mezzo a proposte così numerose - i bozzetti presentati a tempo furono sessantatre - la scelta, per quanto laboriosa, non poteva essere dubbia. Vagabondavo nelle sale dove i bozzetti si ordinavano per la pubblica esposizione, mentre essi giungevano. E' triste, sempre, ad uno spirito cui l'acerrima febbre dell'arte non sia sconosciuta, l'esposizione di un concorso. Il fervore in cui le idee son nate, si sono definite, hanno assunto un volto concreto nella solitudine della meditazione e dell'ansia, non è più sensibile nell'adunanza eterogenea. Sembra constretto per sempre, e come impietrito, in una forma che ha natura transitoria, è un germe nato per continuare a svolgersi. Inoltre, la promiscuità volgare avvilisce anche le cose più sante: i pensieri più puri hanno qualche volta vicina una accidentale parodia, che non li può diminuire, ma li offende, ed irrita chi li vuol penetrare con mente serena. L'esame è dunque attediato e pigro. Ma io ricordo la nostra emozione quando ci apparve fra gli ultimi, sulle spalle di quattro operai, il bozzetto di Eugenio Baroni. Ero in un gruppo di concorrenti, taluni dei quali fra i più generosi che avessero risposto all'appello. Come una sferzata risveglia tutte le energie del corsiero, la bellezza che si avvicinava dileguò in un baleno la stanchezza che ormai ci aveva presi; e con un leale saluto anche coloro che si sentivano vinti riconobbero che era entrato il vincitore.

In verità, il tema non avrebbe potuto essere svolto con più perfetta integrità. Il basamento ignudo ha la forma del tronco di piramide, è l'imagine del cratere del vulcano, dell'ubero pieno, di qualunque forma viva, che si gonfii per generare. Nascono dal suo vertice, ed in parte aderiscono ancora alle sue pareti scabre, gli uomini: compatto manipolo di attorti corpi e di membra allacciate, gagliardi esseri dalle attitudini di stupore e di sogno. Chi li estrae dalla matrice, con tanta forza?... Domina il gruppo, e lo sovrasta e lo avanza, l'ingente figura del Liberatore, del Condottiero. Mai, i due attributi gli si adattarono meglio. E' il suo petto leonino, son le spalle possenti, che attraggono e trascinano la falange. Gli adolescenti dai muscoli tesi e leggeri, gli anziani più membruti e più gravi, appena si sciolgono dagli impacci che li avvolgono, e già si trovano schierati dietro a lui, che non li guarda e non li numera, ed ha gli occhi rivolti alla meta infallibile. Tutti tendono verso di lui gli incomposti moti degli nomini, come gli aghi delle bussole verso l'astro polare. Altri uomini, tutti i Mille, e gli altri — quelli suscitati in Sicilia dalla vampata accesa che si propagava, e quelli che Bertani confilmava a raccogliere in Genova incamminandoli sulle orme del Duce — tutti coloro che accolsero l'invito omerico: Io offro a chi mi vuol seguire fame sete fatiche combattimenti e morte — tutti coloro che dietro il sorriso impavido furono sempre invincibili — seguiranno questi pochi che vediamo; ma essi, in quel breve gruppo serrato, sono l'avanguardia e l'imagine di tutti, sono la poca favilla che generò la gran fiamma.

Sopra il manipolo, si stende il volo di una Vittoria, che non precede, ma segue; con la fedeltà di quella che in Atene aveva dismesse l'ali per non allontanarsi più dal colle sacro. E la ghirlanda ch'essa porge non si posa, non si dona ancora; ma è già promessa e intorno al capo del Duce si disegna come un'aureola. Vedete dunque in un rapido scorcio raccolto e riassunto l'intero fondamento storico del nuovo peana: che nell'inizio esiguo e nel trionfo ha i suoi capisaldi.

Se pur remotamente, anche questo nuovo poema nasce dall'Inno, dal canto di battaglia delle Camicie rosse. Sembra vieto ormai ed esausto, il suo ricordo: ma è irresistibile. Luigi Mercantini, coni componendo la sua modesta poesia, non prevedeva certo di segnare all'arte un limite così fermamente insuperabile. Ogni volta che la fantasia più commossa e più libera si raccoglie a meditare sull'epopea garibaldina, inevitabilmente ritrova in fondo ai suoi pensieri, in forme sempre nuove ma sostanzialmente immutabili, quell'immagine unica. Si scopron le tombe, si levano i morti. Ad essa riconduce il famoso bozzetto di Bistolfi per il monumento di Milano; vibra di essa questo gruppo di Eugenio Baroni. Il quale ne ha veduto con intuito geniale una incarnazione puramente plastica, che superando ogni riscontro letterario assurge alla sintesi senza fermarsi all'episodio. L'evocazione metaforica gli è apparsa in tangibile verità sotto la specie delle sue visioni di scultore; e nella mole compatta egli ha tentato, ancor più che l'esaltazione, la semplice attestazione del miracolo. Vivono e fiammeggiano, nei miei ricordi d'infanzia, alcune parole di Anton Giulio Barrili commemorante in Chiavari Garibaldi: Pompeo disse, che battendo il piede sulla terra ne escono dei soldati. Pompeo lo disse, e Garibaldi lo fece. Il bronzo di Eugenio Baroni enuncia il medesimo pensiero. Quel corpo che, solo, d'innanzi all'Animatore, giace immoto ancora, salma sepolta, pare attenda la percossa taumaturgica del suo piede per alzarsi vivente ed armato.

L'audacia con cui il giovane scultore affronti l'imagine che gli era apparsa nell'anima a guisa di sirena tentatrice e perfida, non era senza pericoli. La scoltura di idee è ancora più ardua della pittura di idee. Ma il Baroni non ha cercato transazioni e compromessi. Egli ha deliberatamente spogliata di ogni attributo terrestre la sua visione; le sembianze mortali di Garibaldi sono appena adombrate nella sua figura simbolica; e persino la puerilità degli indumenti è stata del tutto abbandonata, di che la giuria del concorso non ha trovato motivo per lagnarsi. In verità il dispregio — già ammesso, ma per motivi particolari, nel monumento a Vittorio Emanuele II in Roma — la vergogna dell'aspetto reale, delle assise dei soldati della patria, le quali pur non mancano di carattere e di bellezza, e ad ogni modo furono santificate dal martirio, è probabile che dispiacerà ai nostri posteri. I grandi artisti del Rinascimento, non che spogliare, o vestire di toga, le imagini dei loro contemporanei, coprivano delle proprie fogge anche gli eroi dell'antichità ed i patriarchi e i profeti. Ed ora non si potrà più sorridere del Napoleone ignudo di Canova, poi che fu sentito il bisogno di rappresentare ignudo anche Garibaldi. Il ricorso alla nudità generalizzatrice e senza tempo può provare una deficienza, una confessata incapacità di estrarre da qualunque vero, anche il più umile e dimesso, la bellezza che esso incontestabilmente racchiude.

Tuttavia, l'impulso che ha mosso e guidato Eugenio Baroni merita di essere capito e rispettato. Critiche come quelle accennate sono più esteriori che intrinseche. Certo, le schiette forme senza veli sono state sempre predilette dagli scultori, come le più espressive ed eloquenti; ma qui non siamo innanzi a una vanitosa ostentazione di virtuosità plastica, di dottrina anatomica. Riconosciamo piuttosto, che il carattere essenzialmente lirico della concezione esigeva una libertà davvero senza confini. Il Baroni, rinunciando a rifare ancora una volta il gruppo di volontari più o meno esattamente somiglianti, di cui già abbondano i saggi, ha voluto vivere un sogno, che non poteva discendere dal suo cielo. Ha voluto tentare in una scena sola l'interpretazione del dramma intimo che è la base discutibile ma incrollabile del fenomeno garibaldino; ha voluto cercare, più che l'emblema, la definita e concreta imagine del fascino arcano e della sua potenza ideale, del fascino che ieri si è chiamato Garibaldi ed avrà forse un altro nome domani.

Questo ha voluto, questo ha ottenuto. Il profilo intero del monumento, tutto saliente e corrente verso la figura prodiera dell'Animatore, quel senso di concorde movimento per cui il gruppo sembra portato da una zattera navigante su mare calmo; le attitudini delle figure, sommosse da un vario tumulto, ed esprimenti in fatica ed in spasimo tutto lo sforzo della nascita alla vita nuova — lo sforzo titanico di sollevare la gravezza della morte perchè il !or creatore in piedi la foggi in immortalità - tutti gli elementi, infine, sono essenziali e sinfonici; onde la vibrazione che si effonde dalla scultura è violenta e travolgente; è una voce sola, un solo grido che sale, puro e diritto come il filo di una spada levata verso il cielo. Liberandolo da ogni scorie ornamentale o retorica, risolvendone qualunque ambiguità, il Baroni ha voluto rivelare intatto il suo sogno con una purità candida e austera. E' possibile e comprensibile che anche le assise gli sieno pesate come un ingombro opaco ed inutile, che potesse turbare, con la sua impronta materiale e individuale, la serena immaterialità in cui egli ha voluto esaltare questo che già ci appare il più bel mito italico, consacrandolo fra i miti eterni in cui vivono e si perpetuano le fidi provvidenziali verità.

Stiamoci paghi di questo; e non perdiamoci nel vano e puerile giuoco di sofisticare se un ugual risultato plastico si potesse ottenere anche vestendo di panni gli eroi sorgenti dal mistero. La bella ed alata relazione dei giudici del concorso, stesa da Aristide Sartorio, si chiudeva con l'augurio che Eugenio Baroni compisse, interprete della gratitudine italiana, quell'opera grande, sia per significato morale che per nobiltà d'arte, quale il suo bozzetto faceva presagire.

Ora, quando l'opera terminata apparve per la prima volta svelata al sole di maggio, ed un brivido sembrò correrla tutta, in mezzo agli evviva ed alle musiche, coloro che avevano avuto fede poterono gioire nel cuore come di una loro vittoria. La commozione dell'artista ha palpitato inestinguibile durante i cinque anni di lavoro. Niente si è perduto per via. La variata movenza delle vedute, l'audace novità di linee di atteggiamenti di forme, che erano come imprigionate nella mole esigua, si sono spiegate e allargate; pari a un corpo vivente il bozzetto è cresciuto in tutte le sue membra e si è fatto gigante. Abbondano i pezzi di modellatura veramente magistrali; e la figura di Garibaldi ha toccato il suo segno. La testa può francamente vantare la sua discendenza ideale — che può essere inconsapevole — da due magnifici esemplari della scoltura italiana contemporanea. Dico il Cristo morto di Domenico Trentacoste, ed il monumento a Segantini di Leonardo Bistolti. La statuaria moderna, dopo aver imparato a intagliare la pupilla per dar più vivezza allo sguardo, ha imparato a superare quella sua conquista, abbandonandola ogni qual volta le occorra di suscitare una luce più alta di quella che splende negli occhi mortali. E le mani, quelle mani enormi pronte a qualunque atto di lavoro o di comando, bene appartengono a colui che

          . . . . . . . alle carene fu calafato
          fu mastro d'ascia, artiere d'ogni arte
.

Non si sa se le gonfii di sì gran vene la possa dell'opera compiuta o di quella ch'è da venire.

Pochi sanno, e soltanto chi è stato vicino al Baroni durante la sua fatica lo può testimoniare, con quale disciplina egli siasi votato al suo travaglio, e per quanta ubbidienza egli abbia meritata la vittoria. Tutte le figure del suo monumento sono state modellate a tondo intero, e taluna più e più volte, con una probità senza pari. Il gruppo intero è stato composto e ricomposto, aperto e sconvolto, quasi che il fuoco dell'anima che lo plasmava, per fonderlo, dovesse penetrarlo oltre che avvolgerlo. Fra gli studi elementari, parecchi meriteranno d'esser conservati; poiché rare son le accademie che abbiano una così sobria compiutezza di analisi, tanta castigatezza di forma, un'épiderme così frémissante.

O Mille!... In questi tempi di vergognose miserie, giova ricordarvi. Così comincia Garibaldi, nelle sue Memorie, il racconto della spedizione di Sicilia. Giova, veramente, ricordare anche oggi.

Nessun simulacro umano, mai, apparve in un'ora più ansiosa e più grave di fati. Il trofeo che i Greci, con mani ancora sanguinose, componevano sul campo della battaglia con le armi e con le spoglie dei vinti, consacrava una vittoria già ottenuta. L'imagine dell'Alfiere che i Milanesi donavano a Torino nel 1856, e che Vincenzo Vela aveva scolpito nel marmo con mani frementi, era l'incitamento alla prosecuzione di un moto che era già fatto azione potente ed ormai infrenabile. Ma questo monumento che la Liguria ha inalzato a Garibaldi e ai suoi Mille presso lo scoglio di Quarto, viene in giorni che sognano il loro domani senza conoscerlo.

E' nell'aria quel silenzio plumbeo che precede e annunzia la tempesta nell'estate afosa: la luce si fa grigia, il vento passa a raffiche irate, ed anche la cicala ammutolisce. Il fremito dell'aria infuocata pare un brivido che riscuota a quando a quando la campagna intera; ma la folgore è ancora annidata nelle nubi nere, e non esplode... Vivono soltanto la fede e l'attesa, in questa grande ora taciturna; vive la promessa che nell'adunata di Quarto eruppe da migliaia di petti giovani.

Chi scrive, ha vissuto quell'ora vicino alla fiera canizie di Ricciotti Garibaldi; ha veduta come specchiata negli occhi dei suoi figli l'orazione di Gabriele D'Annunzio. Nei sussulti che rispondevano alle apostrofi sul volto pallidissimo del primogenito, quegli dalla gran fronte; e nel sorriso fresco di quella giovinetta ultima nata che è la perfetta imagine dell'Italia, trionfante o schiava, redimita di lauro o avvinta di catene, ricorrente nelle stampe romantiche, l'anima di tutti noi che siamo pronti era affannata da un anelito mortale. Quando? Quando?

Niente è mancato, alla suprema bellezza dell'ora. Non la nobiltà dell'arte evocatrice — non l'altissima parola del poeta — non il consenso unanime di un popolo innumerevole — non la presenza del velivolo incarnante il terrore e l'artifizio molteplice della guerra nuova — non l'assenza del Re, che apparve, ed era, il segno di una vigilia d'armi improvvisa.

Forse, quando queste linee saranno stampate, l'enigma sarà sciolto: e le mani che hanno lavorato il bronzo eroico, e queste che ne hanno composta fraternamente la lode, adempiranno ad altri uffici più rudi. Ma mentre l'atroce mistero ci tiene, nessun oroscopo potrebbe essere più favorevole. Mai in ora più degna l'imagine di Garibaldi e dei suoi avrebbe potuto risorgere, mistica e tutelare apparizione, sulla spiaggia del mare che fu solcato da loro, Argonauti d'Italia: nessuna stirpe del mondo potrebbe rinvenire, nelle reliquie della sua storia, un auspicio più eletto e più certo alle sorti ignote: ed il monumento ai Mille che si è consacrato sul mare è un presagio ed un sacramento di bronzo.

Genova, 15 maggio 1913.    
Mario Labò.