Pillole d'Arte

 
 
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(Fonte : Emporium - nr 349 Gennaio 1924)
 

Necrologio - Emilio Gola

Riavutosi or sono due anni, già settantenne, da una grave malattia chirurgica, Emilio Gola era ritornato alla sua metodica operosità di pittore quando, la mattina del 21 dicembre, nella casa avita della vecchia via Stella, la morte lo atterrò fulminea. Un velo nero venne appeso ai due pastelli che lo rappresentavano alla mostra cinquantenaria della "Famiglia Artistica" che si teneva in quei giorni nelle sale della "Società del Giardino". Chi ebbe a seguire con pronta e attenta simpatia lo svolgersi dell'arte di quello che fu di certo uno dei più personali coloristi italiani, potè constatare un curioso fenomeno. Il suo debutto alla memorabile Esposizione nazionale in Torino dell'80 valse per noverarlo fra i pittori milanesi ma, neppure vent'anni dopo, la grande medaglia d'oro a Monaco, poi, l'essere stato assunto come capo del gruppo dei giovani lombardi esponenti a Milano nel 1906, non bastarono ancora a togliergli di dosso quella vaga e pregiudizievole taccia di "dilettante" che la gelosia di non pochi suoi colleghi professionisti gli conservava insieme al pubblico, il quale, piuttosto che considerarlo come un vero artista, pareva tenere a mostrarsi informato che il pittore Emilio Gola era ricco e conte, laureato ingegnere industriale e non alieno dalle distrazioni mondane della società elegante milanese.
Fino a quel tempo i suoi ritratti erano stati, per la più parte, un semplice disinteressato omaggio a amici e a dame che avevano avevano avuto la fortuna di ispirare l'artista; e i suoi paesaggi dei grigi navigli esterni di Milano e di certa minuscola valletta attigua alla sua villa in Brianza, erano non facilmente "collocati" dal negoziante Alberto Grubicy non ancor divenuto l'intransigente impresario di quella pittura dalla tecnica del divisionismo del colore che egli si ostinò a chiamare "arte divisionista".
E fu appunto soltanto quando il periodo divisionista andò sfiorendo che la pittura affatto diversa che il Gola aveva sempre svolto all'infuori di qualsiasi teoria programmatica, palesò e esercitò, si può dire d'un tratto, il fascino che le veniva dal costituire un singolare esempio di una continua, instancabile ricerca di rendere l'impressione delle figure e delle cose, viste pittoricamente nel loro insieme, unità coll'ambiente, e rese colla assoluta indipendenza di un métier prime-sautier fra i più ricchi ed efficaci della pittura contemporanea e che, pur nei dipinti più tormentati per studiosa incontentabilità, offriva la profumata freschezza di aristocratiche finezze di tono accompagnanti forme talvolta scorrette ma sempre sentite colla espressiva larghezza di uno schietto realismo.
Così i suoi paesaggi riuscivano quasi sempre a riprodurre con personale sensibilità la poesia cromatica di un momento crepuscolare della giornata, trovando squisite sfumature e passaggi in una colorazione di eccezionale robustezza. E così, mentre i suoi ritratti di signore, sedute con nobile compostezza, ci rendono la famminilità e la elegante distinzione dei modelli anche nel gusto delle vesti e nella intima luce tamisée di un salotto, con una particolare, galante e insieme rispettosa ammirazione di gentiluomo, nei molti e tanto tipici sui studii di nudo, le modelle professionali, in pose abbandonate e scomposte, nel languore inintellettuale degli sguardi annoiati, ci appaiono come le vere schiave della voluttà di dipingere del sensuale colorista, innamorato della matité delle anemiche carni popolane, cittadine, offerte alla discreta luce senza ombre dello studio....
Nella sua produzione più recente, che ha come o stanco profumo di fioritura autunnale, la libertà della visione e dell'ancora giovanile impeto della traduzione, toccò spesso l'arbitrario; la smania di fare della "pittura" degli esercizii di colore, potè fargli tradire i diritti di quelle che furono le laboriose conquiste, oramai tradizionali, del paesaggio moderno, per esempio, la giustezza dei rapporti di valore del cielo e della terra. E ciò appariva tanto più evidente quando, uscendo dalla costante umidità dell'aria dei dintorni meridionati della sua città (che il Gola sentì primo e comprese e della quale egli aveva saputo esprimere la molle profondità) affrontò, d'improvviso, il vasto orizzonte e la mordente luce solare della Riviera. E accadde allora che qualche critico accettò difetti e eccessi della senilità, almeno dell'organo della vista, come nuove qualità aggiuntive e conquiste tecniche e magari estetiche da additare al pubblico e ai giovani pittori reazionari contro il calunniato impressionismo.
Il Gola fu uno dei rarissimi artisti nella cui opera anche iniziale non è possibile riscontrare l'influenza di alcun altro; come egli si era fatto da sè, cosi la sua pittura era a conquista tutta sua, come assoluta, e spesso severa, era la sua indipendenza di giudizio. Egli era così un vero signore della pittura, e, nel senso più libero della parola, un maestro, invidiato, che non vuol essere nè poteva essere imitato.



C. B.                             
Sull'opera di Emilio Gola vedi Emporium maggio 1904, pag. 331-346.