Pillole d'Arte

 
 
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Fonte : I miei ricordi - Massimo Taparelli D'Azeglio (Capo Decimoottavo)
(Letteratura Italiana Einaudi - Edizione di riferimento : Barbera, Firenze 1891)

... sulle accademie e le Società Promotrici

 

Non mi pare che a questo punto il dire quattro parole sull’arte mia, venga fuor di proposito. Se lei non è pittore, e non se n’interessa, c’è il solito rimedio: salti. Nel secolo XVIII la società era giunta in ogni genere agli ultimi confini dell’artificiale, dell’affettato, dello scontorto, dello stravagante, dell’illogico ecc. ecc. Si potrebbe estendere quest’osservazione a sfere più alte ed importanti, ma son cose ormai dette abbastanza. Mi contento d’osservare che le aberrazioni del gusto, nelle cose appunto di gusto, erano spinte fino all’incredibile. In fatto di mode, quei castelli incipriati che vediamo ne’ ritratti di donne, con un cappellino di paglia o una corona di rose sulla cima: e in fatto d’arti, li acquarelli, verbigrazia, di paese, d’una sola tinta, e quale? lacca rossa, o cinabro puro!!! I giovani che non le hanno vedute, non mi crederanno, ma le ho ben vedute io, e non avevo le traveggole. Anche in arte vi fu allora un gran movimento verso il culto del vero. Nella pittura storica l’influenza delle idee greco-romane, che servivano o si facevano servire alla politica del momento, popolò le tele d’Achilli, di Aiaci, di Milziadi, di Orazi e Curiazi, di Gracchi ecc. ecc. Si cercò col vero dinanzi la forma antica nella sua monotona affettazione; si volle vedere il nudo da per tutto, fino sotto le vesti; si dipinsero figure che sembrava le avessero indosso bagnate. La mania arrivò al punto che per uno scultore classico l’umbilico fu visibile sotto la corazza del medio evo, ed un disegnatore dovendo rappresentare Napoleone in piedi, segnava la rotula sotto lo stivale a tromba!

La pittura di paese viveva invece in un ambiente scarico di passioni politiche, e tenne una via più ragionevole. Dai chiaroscuri di lacca o cinabro, dai manieristi de’ quali rimangono i saggi nei sovrapporti de’ quartieri signorili di quel tempo, si passò all’imitazione esatta, minuta del vero, senza mettervi nè per l’argomento, nè per la forma o per l’effetto, ombra d’immaginativa. Hackert fu tra’ primi ad applicare quella teoria così semplice in apparenza, ed in sostanza così spesso negata: esser l’arte il ritratto del vero, Nè potendosi far ritratto veruno senza conoscere l’originale, doversi studiare questo vero e metterselo in capo quanto è possibile. Egli morì a Firenze nel 1807. La contessa d’Albany aveva un suo paese assai grande, rappresentante un bosco d’alto fusto con un lontano, ed alcuni cervi sul davanti. Io lo ricordo in nube, fra le mie prime impressioni, e rammento che lo guardavo ed ammiravo lungamente. Il suo talento, l’incontro del suo nuovo stile, la sua fama, le ricchezze acquistate, allettarono, come sempre accade, numerosi imitatori.

Per una ventina d’anni e più, fiorì in Roma la sua scuola. Woogd, Therlink olandesi, Verstappen fiammingo, Denis e Chauvin francesi, Bassi bolognese, furono i dominatori di una delle più felici epoche artistiche delle quali abbia memoria. Essi si trovarono artisti provetti e nel vigore dell’età, nel 1814, quando l’Europa non ne voleva più dell’odore della polvere, nè della vista del sangue, ed anelava di ricrearsi lo spirito colle benedizioni della pace. Gl’Inglesi, più degli altri, tenuti in quarantena da tanto tempo nella loro isola, si versarono come una lava sul continente; e se in Italia non ebbero l’intelligenza dell’arte, ne professarono però l’idolatria: talchè i pittori sunnominati non bastavano a contentare tutte le richieste. Ogni artista aveva un soggetto nel quale era tenuto più felice. Mi ricordo che la cascata del Velino era il soggetto di Bassi. Credo che in parecchi anni ne facesse più di sessanta; che in fine, per esser sinceri, sembravano un po’ fatte colla stampiglia. Io seguivo scrupolosamente i precetti di quella scuola, e credo che siano i migliori. Dipingevo dal vero in tele di bastante grandezza, cercando di terminare lo studio, a quadro, sul posto, senza aggiungere una pennellata a casa. Studiavo in dimensioni minori, pezzi staccati, sempre ingegnandomi di finire più che potevo. Questo era il lavoro della mattina. Dopo pranzo disegnavo pure dal vero, terminando con molta cura e studiando ogni rilievo. Con questo metodo, il soggiorno di Castel Sant’Elia d’un paio di mesi, mi fece fare i primi veri progressi, e mi cavò fuori dalle difficoltà materiali dell’esordiente.

Il finire sul vero, come si finirebbe un quadro nello studio, serve a cercare lo sfondo coi mezzi semplici della natura, e non coi contrapposti forzati d’un’arte manierata: ricordandoci però sempre che i mezzi nostri sono limitatissimi, mentre sono infiniti quelli della natura. Essa ha la luce sulla sua tavolozza, e noi ci abbiamo la biacca. Siamo dunque costretti d’aiutarci cogli artifizi, e perciò si dice arte. È facile il procurare lo sfondo ad un lontano vaporoso e cilestrino, con un grosso albero nero che gli si metta davanti, all’uso de’ manieristi; ma è men facile ottenere simile sfondo, coi mezzi infiniti usati dalla natura, che tante volte è chiara sul davanti e scura in lontano. Non solo è men facile ma è impossibile avvicinarsele, se non s’altera in una data misura la prospettiva aerea, se non si trascura, l’indietro e non si finisce l’avanti un po’ più che nel vero. Anche quest’artificio deve però stare in certi limiti. E come si fissano? col talento e col gusto. La prima, la vera molla dell’arte sta in loro: l’ispirazione è il fervido raggio che solo ne può fecondare i germi. Nella pittura di paese si possono suggerire precetti, osservazioni, ecc., ma se non s’opera per ispirazione, tutto è inutile. Per questo i grandi paesisti sono stati più rari che i grandi in altri rami dell’arte. Il metodo che accenno, io l’ho seguito per moltissimi anni, passando in villa tutta intera la bella stagione. Ora invece si studia meno ed in altro modo dal vero. Quale de’ due metodi è il buono? Il migliore forse sarebbe quello che partecipasse d’ambedue.

Gli anni di validità al lavoro sono misurati all’uomo. È bene dividerne l’impiego. Prima di tutto il paesista deve imparare a riprodurre il vero, poi a far quadri Io forse diedi troppo al primo stadio, e troppo poco al secondo; mentre per far bene, si deve lasciare spazio conveniente ad ognuno di loro. Ora se ne lascia troppo poco al primo. Ma l’arte è tutt’altra da quello che fu trent’anni sono; essa procede da altri impulsi, vive in altri ambienti, e stretta da altre necessità. Quella maledetta frase che ha ingannata, e fatta morire o vivere di stento tanta gente – proteggere le belle arti! – frase che si credette ridurre a fatto coll’istituire le Accademie di Belle Arti, porta ora i suoi frutti.

A forza di fabbricare artisti, l’arte è dovuta diventare un’industria; e siccome in essa e assai più l’offerta che la domanda, s’è dovuto pensare a provvedere a quella massa di lavoranti necessariamente a spasso. A questo effetto, le buone persone di molte città hanno istituite le società promotrici, veri luoghi pii: ed i governi concorrono alle spese, ed impiegano i denari dei contribuenti ad acquisti, che scampano quella massa d’artisti, i quali secondo le regole economiche, sarebbero giustamente disoccupati, dal morire letteralmente di fame. Ed anch’io quand’ero ministro feci come gli altri: che Dio ed i contribuenti perdonino il mio peccato!

Ma proprio, par impossibile a vedere certe volte come gli uomini sono zucconi. Ed il più bello è che oggi non si discorre che di leggi economiche, di libero commercio, di valor reale, di domanda e d’offerte! Facciamo un’ipotesi. Suppongo una città di 50 mila anime: dunque circa 25 mila maschi, 15 mila adulti, e perciò circa quindicimila teste che chiedono un cappello. Ci sono cappellai che li provvedono; se il lavoro cresce, chiamano altri garzoni; se cala, li rimandano, e questi cercano nuovo cielo. Così tutti campano, e nessuno s’ha da incaricare di loro. Ma viene al mondo un grand’uomo, che diventa Ministro, e si persuade che bisogna proteggere la Cappelleria; istituisce un’Accademia, e vi chiama i più distinti cappellai del paese, li paga bene, e quelli insegnano meglio, dimodochè ogni anno si mettono in attività tanti cappellai nuovi, de’ quali non c’è bisogno, perché non ci sono più capi da coprire; questi non avendo pane, stridono, si lagnano, tribolano il pubblico, ed allora le anime buone fondano una società onde comprare i cappelli d’avanzo, tanto da dar da vivere ai cappellai altresì d’avanzo: ed il ministro presenta alle Camere una domanda di fondi onde concorrere alla spesa. Ma non era meglio risparmiare quell’altra spesa, e non mantenere fabbrica di cappellai pei quali non c’è lavoro?

Questa forma di protezione della Società promotrice, ha poi altri inconvenienti. Primo, quello di stancare il prossimo a furia di strofinargli sotto il naso queste benedette belle arti. Volete che una cosa alletti? fate che se ne desti desiderio; e oramai non c’è più angolo da rifugiarsi, dove non si trovi qualche ramificazione di quel proteggere benedetto. Però non è peccato italiano il pensiero delle Esposizioni perenni. Di chiunque sia è stato un malaccorto peccato. Secondo inconveniente. Chi espone, salve pochissime eccezioni, ha bisogno di vendere, anzi necessità, anzi l’hanno più di lui i suoi creditori. Se quel tal quadretto si vende, il sarto, il calzolaio, il coloraio hanno o il saldo, o un acconto, col quale si fonda il credito per un altr’anno. Per conseguenza si mettono in moto compari e comari, protettori, amici, si va a far riverenze in ogni senso e d’ogni misura a ministri, impiegati, uscieri, nè si tralasciano tutti quegl’invisibili fili di sesso femminino che danno occulto moto ai meccanismi della società. Per conseguenza i caratteri si abbassano, si falsano, e quella tal protezione all’arti belle si muta o in un’opera di misericordia, o in un ignobile e corruttore impulso.

Almeno ci guadagnasse il gusto del pubblico e degli artisti! Ma invece ecco un altro inconveniente. Il bisogno di vendere conduce logicamente al bisogno di farsi osservare e distinguere dagli altri; quindi al bisogno d’esser di moda, e seguire non la coscienza, preziosa nell’arte come in ogni altra cosa, ma il capriccio del giorno. Quindi star sempre all’erta, per scoprire di dove spira il vento, e riprodurre non quel vero e quel bello che ogni artista sente in sè, ma quel tal genere, quel tale stile che ha incontrato, sia qui sia altrove, il suffragio del pubblico e soprattutto de’ compratori. Perciò non si cerca più di fare arte propria e sentita; ma di copiare quello o quell’altro pittore che è in voga a Parigi o a Londra; e l’arte diventa un contraffare più o meno esatto e felice. Di qui poi ne segue una strana stonatura delle idee oggidì più generali. S’ama l’indipendenza, si ama la nazionalità, s’ama l’Italia, anzi in generale i paesisti sono accordati al corista di Roma o morte; e poi se prendono il pennello in mano la sola cosa che non fanno è l’Italia!

La magnifica natura italiana, la splendida luce, le ricche tinte del cielo, nessuno la crede degna d’essere ritratta! Si va alle esposizioni, e che cosa si vede? Un paese del nord della Francia, imitazione del tale. Una marina, presa a Etretat o a Honfleur, imitazione del tal altro. Una landa in Fiandra, un bosco a Fontainebleau, imitati da Dio sa chi; e tuttociò coi cieli sbiaditi, la luce morta di que’climi, colle tinte impolverate come se un velo color di terra stesse loro davanti; e se talvolta trattano soggetti del nostro paese, sembra che temano dì mettervi luce e verità; che temano l’azzurro del cielo, il verde delle piante, e fanno un’Italia ammalata al soffio del vento del nord! Mentre sono nati nella vera patria d’ogni bellezza naturale, sotto il limpido e potente raggio d’un sole, che colora e pianure e mari e monti ed alberi ed edifizi di quelle tanto mirabili intonazioni, preferiscono un’arte serva d’altrui; un’arte che aspetta da Parigi o da Londra i suoi modelli e le sue ispirazioni, colla pacotille dell’altre nouveautès dell’anno; preferiscono una natura senza anima, senza carattere, fiacca e smorzata, da rassomigliarsi ad un istrumento che abbia la sordina; e per essa rinnegano l’Italia e quel suo cielo, quelle sue bellezze, che pur troppo chiamarono sul nostro suolo, un tempo, già tanti nemici, ma che graziadio oggi vi chiamano soltanto amici che non mai si saziano di magnificarle!

I boschi, i querceti, i castagneti che vestono il lungo dorso dell’Appennino, non reggono forse al paragone della foresta di Fontainebleau? Le marine d’Albenga, di Sestri, di Port’Ercole, di Sorrento, d’Amalfi splendono forse meno di quelle d’Etretat e di Trouville? l’onda gialla dell’Oceano, è forse più poetica che l’azzurro flutto del Tirreno e del Jonio? L’indipendenza non vale d’averla sulla lingua se non s’ha nel cuore, ed in tutto: anche nell’arte. Siamo nazione, siamo Italiani, siamo noi una volta in ogni cosa, in ogni genere, sotto ogni forma, ovvero, se non si vuol far più, gridiamo meno. Que’ paesisti invece che ho citati del 1814, tutti stranieri, salvo Bassi, trovavano pur degna l’Italia d’essere ritratta, e tutta l’Europa fu della loro opinione. Ancora ho davanti agli occhi le spiagge di Napoli e di Baja di Denis; le Forche caudine di Chauvin: gli orizzonti della campagna di Roma di Woogd; le macchie della Nera di Verstappen, e la cascata delle Marmore di Bassi. A Napoli Vianelli, Gigante, Smargiasso, Carelli e molti altri non ebbero bisogno di lasciare i loro climi felici per farsi nome e ricchezze, e Dio sa che tempi eran quelli nel senso politico! Ed ora quando tutto dovrebbe spirare indipendenza, azione spontanea, libera ed originale iniziativa, la mia povera arte del paesista ha da esser servile, piaggiatrice, copia di copia d’una natura che non è la sua e che n’è lontana le mille miglia?

Dopo aver detto quel che penso sulle accademie e le Società promotrici, dell’originalità, dell’indipendenza artistica, sono il primo a riconoscere che sarebbe errore considerarle come fatti isolati. Esse sono frutto delle condizioni del mondo moderno, e tutti i ragionamenti possibili non servono a mutarlo. Si seguiterà per un gran pezzo a proteggere le belle arti, come l’orso della favola proteggeva l’uomo contro le mosche; si seguiterà a copiare gli artisti di moda, anzi a contraffarli, come s’usa per medaglie, armature e curiosità antiche; si seguiterà ad ubbidire il pubblico ne’ suoi capricci di cattivo gusto, invece di correggerlo e condurlo al bello, al vero ed al buono; si seguiterà a generare artisti superflui, ed a tenerli vivi, colle Promotrici; io seguiterò a pagare la mia quota per mantenerle in fiore, ed avrò in ultima analisi il destino di tutti i predicatori. In questo caso l’ostacolo non sta già nel non capire: tutti invece, parlo di chi ha sale in zucca, e se n’intende, pensano allo stesso modo, ma sta nella forza d’inerzia.

L’abitudine è mezzo padrona del mondo: così faceva mio padre – anche in quest’èra di rivoluzioni – è sempre una delle grandi forze che guidano il mondo.

 

Massimo Taparelli D'Azeglio