Pillole d'Arte

 
 
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(Fonte : Emporium - nr. 271 - Luglio 1917)
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TRE GIOVANI ARTISTI DELLA SARDEGNA

(Giuseppe Biasi - Raoul Chareun - Edina Altara)

La Sardegna è la grande, anzi è l'unica ispiratrice dei pennelli del Biasi, tanto quella, aspra, severa e pastorale della settentrionale regione montuosa quanto quella, languida voluttuosa ed elegante, della regione marinara all'oriente ed a mezzogiorno dell'isola, le cui popolazioni ebbero, nei secoli passati, rapporti di commercio e connubii di persone con Saraceni e con Spagnoli. S'ingannerebbe, però, a partito colui che nei suoi vivaci quadri ad olio, nelle sue delicate tempere e nelle sue asciutte e nervose silografie si proponesse di cercare una fedele paziente e minuta esattezza etnografica di tipi, di paesaggi e di oggetti. Il Biasi, infatti, sebbene sappia, sempre che voglia, contemplare con sereno sguardo e rievocare con ferma mano il vero, siccome nella mostra del Cova lo attestava tutta una serie di eccellenti studii di teste muliebri o virili, preferisce di cedere agli impulsi della sua fantasia trasfiguratrice.

Egli quindi suole servirsi della realtà soltanto come punto di partenza per giungere poi a composizioni - ingegnose sempre se anche talvolta fin troppo fitte di figure, accalcate le une suite altre - nelle quali gli elementi forniti dal vero siano coordinati accentuati e perfino stilizzati in maniera da ottenere ora un suggestivo effetto di caratterismo pittoresco di sapore alquanto letterario, ora un giocondo e leggiadro effetto decorativo, raggiunto mercé un'elegante distribuzione di rabeschi ed un armonioso accordo di tinte e fatto quasi esclusivamente per la gioia degli occhi.

Questa ricerca assidua del carattere nell'opposizione scenografica di tipi contadineschi a sfondi luminosi di montagne e di caseggiati rusticani, su cui essi appaiono quasi rintagliati in ombra, ha fatto affermare dal resocontista d'arte di un autorevole e diffuso giornale milanese che la pittura di Biasi derivi in linea diretta da quella di Zuloaga ed il giudizio molto sommario ed abbastanza arbitrario ha trovato subito un'eco in quei numerosi visitatori di esposizioni che credono di addimostrarsi competenti, ripetendo pappagallescamente, ma con grande sicumera, ciò che da altri è stato detto o scritto. Orbene, se si vuole riavvicinare il Blasi ad artisti stranieri, non lo si deve paragonare a Ignacio Zuloaga, cerebrale austero e pessimista, che, mentre aspira a riallacciare l'opera propria a quella degl'illustri maestri iberici del Seicento e del Settecento, si compiace di riprodurre del suo paese nativo sopra tutto gli aspetti tetri e grandiosi ed i tipi tragici violenti e malsani, ma piuttosto ai fratelli Valentin e Ramon de Zubiaurre, assai più fedeli al vero del pittore sardo, ma che come lui amano di mettere in rilievo ed anche di caricaturalmente esagerare gli aspetti grotteschi degli abitanti dei piccoli villaggi alpestri. Bisogna, però, ad evitare giudizii temerarii e spesso non poco dannosi alla fama nascente di un giovane artista, soggiungere che si tratta di una spiegabilissima comunanza d'indole pittorica e non già di imitazione volontaria ed astuta e come tale riprovevole.

In quanto a Raoul de Chareun, nato nel 1890 a Sassari, anche lui fece regolarmente gli studii classici del ginnasio e del liceo e, venuto nel continente, s'iscrisse nell'Università di Padova alla facoltà d'ingegneria. La gloriosa città universitaria del Veneto, invece, però, di fare di lui un ingegnere dalla carriera brillante e largamente rimunerativa, secondo il desiderio della sua famiglia, ne fece, sotto il pungolo ambizioso di diventare, collaborando al giornaletto satirico Lo studente di Padova, una piccola celebrità del mondo goliardico patavino, un caricaturista. E il caricaturista facile ed abbondante, doveva, in prosieguo di tempo, diventare illustratore dal segno minuto e dall'osservazione umoristica, che la mostra del Cova ci ha fatto, qualche settimana fa, conoscere e più di una volta ammirare, malgrado evidenti incertezze e deficienze formali, per la visione penetrante e maliziosa delle case e delle persone.

Però, al contrario del Biasi e dell'Altara, non solo alla nativa Sardegna egli ha chiesto l'ispirazione. Infatti, accanto a scenette ed a tipi umoristici drammatici e sentimentali suggeritigli da essa, ecco ad esempio L'uccisione del maiale, Muttetu e Cantori, nell'opera sua d'illustratore si trovano aspetti ed episodii della vita delle grandi città del Continente, in cui sopra tutto si manifesta attraente ed interessante la sua individualità di "piece-sans-rire" della matita, che, pure risentendo talora l'influenza dello svizzero Steinlen, del francese Poulbot ed in ispecie dello svedese Arosenius, sa mantenersi ognora abbastanza originale. Ora non ci rimane che augurargli di avere la buona ventura di ottenere da qualche editore l'incarico di decorare con vignette a bianco e nero o, meglio ancora, a colori un libro che gli conceda di sviluppare appieno la sua vena in pari tempo burlesca pessimista e sensuale.

Venendo infine ad Edina Altara, la sua ancor tanto breve carriera artistica la si racconta in poche righe. Nata a Sassari diciotto anni fa, un gruppetto di sue minuscole opere, in cui la carta assume così graziosamente a delicato materiale d'arte, venne nel 1914 esposto per la prima volta in un cantuccio di non ricordo più quale mostra regionale sarda. Apparvero subito come una rivelazione di un ingegno non comune e sorpresero in modo assai gradevole i visitatori, i quali si arrestavano con viva compiacenza a guardarli, dopo avere dovuto contemplare, attraverso una lunga fila di sale e con fastidio crescente, una farragine di oggetti per la maggior parte superflui ingombranti e di cattivo gusto. Così un viandante, dopo una lunga passeggiata sotto il sole e in mezzo alla polvere, si ferma con gioia sul limitare di un bosco ad ascoltare la voce esile ma fresca e bene intonata di un uccellino che gorgheggi su di un alto ramo d'albero. Tra coloro che s'interessarono alla produzione della giovanetta dalle dita di fata ci fu il Biasi, i cui consigli sagaci ed esperti dovevano in appresso riuscire non poco utili a sviluppare e a raffinare le attitudini di lei per l'arte.

Due anni dopo le figurette in cartone dell'Altara riuscivano a conquistare l'attenzione di un pubblico di gran lunga più numeroso ed eletto nelle due mostre invernali del giocattolo tenute a Milano, nel Palazzo della Borsa e nel Lyceum femminile. Piacquero molto sia per la grazia sottile dell'osservazione sia per la stilizzazione elegante con cui vi erano rappresentati ora due monelli che si arrampicano su di un albero carico di frutti ed ora una bimba che tira per la coda un gatto, ora una mamma che pettina la sua figlioletta ed ora due contadinelle che procedono impettite con grossi secchi d'acqua in testa, ora un uomo che suona il piffero ed ora una sposa a cavallo di un muletto bardato da festa. Balocchi non certo pei fanciulli, pel cui gusto ingenuo e semplificatore sono troppo minuziosamente particolareggiati e troppo prossimi al vero e per le cui manine irrequiete sono senza dubbio alcuno troppo fragili, ma balocchi per adulti, tanto che dinanzi ad essi si ripensa a certi ninnoli in legno e dalle tinte vivaci, raffiguranti anche essi, sebbene con minore varietà di aspetti e di pose ma sopra tutto con molto minore grazia e molto minore buongusto, villanelle, uccellini e bestie da cortile, che nel 1912 erano in vendita nel padiglione ungherese dell'esposizione internazionale d'arte di Venezia.

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