Pillole d'Arte

 
 
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(Fonte : Emporium - n° 89 - Maggio 1902)

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Artisti contemporanei : Davide Calandra

 

 
L'Imperatore di Germania, spirito vivace e animoso, il quale non crede a sè precluso nessun campo del pensiero e dell'azione, ebbe, in un suo discorso recente tenuto agli artisti che contribuirono all'erezione delle esedre della Siegesallee biancheggianti tra il verde dei prati del mite Thiergarten, ad occuparsi anche di scoltura, e levò un inno alla scoltura tedesca, sintetizzandone il pregio col dirla immune dalle correnti dell' arte moderna.
Questa augusta frase del focoso imperatore non è applicabile alla sola plastica tedesca: in più d'un paese un nemico del nuovo potrebbe ragionevolmente ripeterla. Non solo la scoltura tedesca, ma la massima parte della scoltura contemporanea si può dire "immune dalle correnti dell'arte moderna".

Senonchè questo che parve il più bell'elogio all'imperiale oratore è invece in realtà la più terribile condanna dell'arte statuaria in generale e di quella tedesca in ispecie. Ed è veramente curioso come persone colte ed intelligenti siano vittime di questo singolare errore, secondo il quale sarebbe precluso alla plastica ogni tentativo di evoluzione. Il semplice criterio di analogia dovrebbe render evidente a chicchessia che non può esser proibito alla scoltura ciò che è universalmente ammesso come lecito alla pittura. Ognuno dovrebbe comprendere che limitare il campo della plastica ai modelli di Fidia e di Michelangelo è come pretendere che la pittura non debba uscire dai limiti dell'arte di Raffaello e del Tiziano. Ciò nondimeno l'errore impera da tempo, ed anni ed anni passeranno prima che sia vinto e fugato. Mentre la pittura moderna è divenuta così libera d'ogni soggezione antica da perdere addirittura di vista le più salde ed eterne necessità dell'arte, la statuaria continua a bamboleggiarsi in una retorica accademica, priva d'ogni relazione colla vita e collo spirito moderno.

La reazione contro l'accademismo imperante è cosa si può dire di ieri. Essa è opera di pochi individui geniali i quali stanno tutti ora sulla breccia, aperta a così gran fatica nel muro nemico dell'accademismo. E si può dire che essa è vanto di tre nazioni soltanto, fra le quali ci è caro poter iscrivere il nome dell'Italia, per la quale purtroppo è questo forse il solo primato che le competa nell'arringo dell'arte moderna.

Augusto Rodin, solitario e discusso in Francia, quanto ammirato all'estero, Constantin Meunier, onorato e seguito da un nucleo di allievi nel Belgio, sono, fuori d'Italia, i corifei della riscossa della poesia della vita moderna contro la gelida compressione scolastica dell'inerte imitazione dell' antico che ancora isterilisce tanta parte della plastica moderna.

In questa gloriosa lotta contro il gelido accademismo l'Italia viene non ultima e non minore: anzi l'evoluzione della plastica è giunta fra noi ad uno stadio più inoltrato che presso le altre nazioni. La nuova tendenza, sfiorata dal Rosa, affermata dal Grandi, trionfa ora nell'opera di una bella schiera di artisti.

Le esposizioni dell'ultimo decennio e segnatamente quelle di Venezia hanno reso popolari i nomi di due fra i più insigni novatori: il Troubetzkoy ed il Bistolfi. Ma di questo rinnovamento della coltura del pubblico italiano, di questo suo nuovo e lusinghiero interesse per 1'arte non approfittò un altro dei modernisti della prima ora. Davide Calandra, occupato nella poderosa fatica di un grande monumento, dovette forzatamente disertare gli ultimi convegni artistici, per quasi dieci anni.

Ma se per lunghi anni egli dovette con rimpianto e amarezza assistere al vario svolgersi dell'attività dei colleghi, senza potersi staccare dall'unica opera che richiedeva tutta la sua energia creatrice, egli è ora ricompensato del lungo lavoro solitario, dalla soddisfazione di offrire al pubblico che visiterà prossimamente Torino in occasione della prima esposizione internazionale d'arte decorativa moderna, un'opera completa e grandiosa, integrazione di tutto un indirizzo d'arte.

La genialità non è un frutto isolato nella famiglia del Calandra. Un nonno materno fu collezionista appassionato di quadri e d'antichità. Uomo di raro ingegno fu il padre, il quale, benché laureato in legge, eccelse tanto negli studi di idraulica da esser citato come testo negli studi di ingegneria. Ma le ricerche scientifiche e la creazione dei pozzi che ancora portano il suo nome, non gli tolsero di essere un intelligentissimo raccoglitore di antichità e specialmente di armi antiche, che egli stesso restaurava con abilità perfetta. Nel Museo Archeologico di Tonno si conserva una collezione di pregevolissime armi barbariche da lui esumate nella necropoli di Testona Torinese, dei quali scavi diede, coll'aiuto nel primogenito Edoardo, pittore, romanziere e autore drammatico, una dotta relazione. Davide Calandra portò così nel sangue il senso della poesia dell'ambiente storico, e questa influenza si riscontra ad ogni passo nella sua opera: un senso non scolasticamente pedante, ma pittoresco, colorito, vivo.

Il Calandra entrò giovinetto nell'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e vi studiò il disegno col Gamba e la scoltura sotto il Tabacchi. Bellissimo giovane avvezzo ai ritrovi mondani, non è da stupire se i suoi primi tentativi (per tralasciare le Veglie di Penelope suo primo lavoro) cercassero la loro ragione nella visione della femminilità elegante. Sono di quel tempo il bustino Carmen e la Tigre Reale. Ma l'opera che diffuse il suo nome fra il pubblico fu la testa di monaca esposta all'esposizione nazionale del 1884 col titolo Fiore di chiostro. Non nuovo certo il tema, ma la delicatezza con la quale era trattato il marmo e l'espressione pensosa e sentimentale crearono a questo busto un successo grandissimo.

Pareva dunque che egli dovesse rinchiudere la sua arte in un cerchio di eleganza e di mondanità raffinata. La vita dei campi lo salvò da quell'indirizzo poco ampio e pericoloso per un giovane. La bellezza delle forme e delle attitudini del lavoro rurale lo attrasse verso un'arte più sana e sincera, incitandolo a rendere la forma nel suo ambiente, avviluppata dall'aria e battuta dalla luce, a renderla cioè nella sua apparenza pittoresca, contro l'errore delle scuole e delle accademie, che non tengono conto di questi importantissimi rapporti.

Il Calandra fu così uno dei primi iniziatori di quella plastica pittoresca verso la quale negli stessi anni tendeva il Bistolfi, e che ad ambedue doveva essere così spesso rimproverata come un errore di trascendenza estetica. Appartengono a questo indirizzo Un gallo nel pozzo, gruppo di due contadini al pozzo; Contadina, che reca in una carriola la colazione; Il cacciatore di contrabbando, bracconiere all'agguato presso un palo che reca la scritta della bandita; L'Aratro, tratto da una coppia di buoi condotti da un boaro.

V'è in questi gruppi e statuette di piccole dimensioni una vivace impressione del vero, un senso pittoresco del movimento, una sprezzatura di modellatura che tende a diventare riassuntiva e suggestiva: migliore fra tutti l'ultimo per la serietà dello studio di animali in movimento, per l'efficace suggestione d'ambiente ottenuta con abili artifizi di modellatura; e questo gruppo fu acquistato per la Galleria d'Arte Moderna. V'è in questa tendenza dei due scultori piemontesi, che negli stessi anni obbedivano ad un medesimo impulso, probabilmente un frutto etnico: è il temperamento subalpino rude e sincero che attraverso la sopraffazione delle accademie si ritempra nello studio della natura vergine e questa natura cerca di rappresentare con umile sincerità e con forza ingenua.

Ma parallelamente a questi studi di realtà campestre l'innata tendenza alla poesia decorativa del costume storico produsse altre opere che si avvantaggiano nella loro estrinsecazione materiale della larghezza e della franchezza contratta nella sincera osservazione del vero contemporaneo; e sono la testina di guerriero Gallo, il Dragone di Piemonte Reale, 1693, poí trasformato nel Dragone del Re, 1796, che per la solidità del cavallo, per la pittoresca verità del cavaliere può competere coi migliori bronzi del Frémiet di ugual tema; il bozzetto di monumento pel condottiero valdese Arnaud, il Mamalucco, l'Egiziano antico, il Carlo Alberto, la Minerva in argento, per premio del Rowing Club.

Col possesso della forma era andata intanto maturandosi nel Calandra la concezione ideale, e la statuaria monumentale doveva porgergli il modo di attuare le proprie tendenze di realismo pittoresco nella forma, e di prender posto fra i primi rivoluzionari del monumento onorario. Pel Calandra il monumento fu, come pel Grandi pel Bistolfi, un'espressione poetica. E la poesia della leggenda Garibaldina fu la prima a porgergli il destro di integrare le sue tendenze.

Al primo concorso bandito a Milano nel 1885 il Calandra concorse con un bozzetto arditamente innovatore. Non era piccolo merito in quell'epoca, ancor sacra alle fredde immagini di parata sull'eterno piedestallo d'accademia, presentare un bozzetto di pittoresche figure di Garibaldini sopra uno spalto in rovina. Premiato a parità col Barzagli, col Broggi e col Ferrari, ma non scelto, il Calandra ritornò al tema, completandolo e svolgendolo in modo più idealmente decorativo nel bozzetto inviato pel concorso del 1902 a Napoli, in cui il gruppo del Generale avanzante sereno a cavallo fra gli accesi gregari, sopra le rovine accatastate, e sotto la figura volante della Libertà, sembra veramente avvolto da un fulgore di epopea. Naturalmente questo bozzetto non fu il prescelto: troppo era lontano nella sua concezione libera ed irruente dai soliti cavalli da galleria d'armi sui non meno consueti piedestalli, e il Calandra dovette in quegli anni sottostare ai verdetti di quelle famigerate giurie che tanto contribuirono a popolare le piazze e le vie delle città italiane di tante vituperevoli offese all'arte statuaria.

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