Pillole d'Arte

 
 
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(Fonte : Emporium - nr 185 - Maggio 1910)
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L'esposizione internazionale d'arte in Roma

 
Alla semplicità dell'idea rappresentata fa riscontro nel trittico del Balla la sobrietà veramente straordinaria dei mezzi della sua espressione. Ivi nel colore, nel disegno, nella disposizione delle figure, negli atteggiamenti, nella descrizione dell'ambiente non si vede se non quello che è essenziale per rendere il concetto in tutta la sua evidenza. Con due soli colori, il bianco e il nero, il pittore ha saputo dar vita ad una sinfonia completa, in cui tutto ciò che plasma i corpi, che dà splendore alla luce, profondità alla distanza, euritmia allo spazio si concentra e si adombra in un tono sintetico e rivelatore, come la più chiara e più completa rievocazione. Per questa semplicità di tecnica, per questa mancanza di ogni raffinata virtuosità di mestiere, l'opera d'arte ci conquista subito con la spontaneità della sua creazione. Essa non conserva nessun segno della fatica che l'artista ha dovuto durare per compierla, sembra nata dalle stesse forze spontanee onde la natura produce la sua innumerevole generazione di alberi e di fiori, e poichè nel contemplarla qualche cosa sembra guidarci oltre gli stessi confini che il pittore ha posti al suo sogno, noi dimentichiamo il soggetto del quadro e le sue qualità di stile, il suo significato morale e il suo valore estetico, sentiamo e vediamo soltanto la vita.

Una vera rivelazione è stata per molti la mostra delle sensazioni di paese di Giuseppe Sacheri. Poeta prima che pittore, il Sacheri cerca nella natura il sentimento e infonde nelle sue visioni di campagna e di mare il palpito di un'anima originale e profonda. Ove la natura comincia a parlare, ove essa principia il suo canto, l'artista afferra lo spunto e compie trionfalmente l'armonia, svolgendo con delicata e magistrale istrumentazione la frase appena accennata dagli alberi e dai poggi. Gl'intimi colloqui della luna con le vecchie mura e con le acque addormentate, il rombo, il tuono e l'urlo della bufera, le alate profezie del vento, l'ampia polifonia del mare, l'angusta immobilità e il silenzio delle montagne, il respiro dell'aria sui vertici che ascendono nello spazio e nella luce, ecco alcune delle infinite cose che dice la natura allo spirito del Sacheri, il quale, come un mago, ce ne rivela la significazione e la verità entro un cerchio d'incanti.

Romantico per sentimento, ma di un romanticismo sano e fecondo di commozione, l'artista ligure è classico nella forma. Il suo lavoro non è mai una fredda e precisa riproduzione dello spettacolo naturale, ma è invece una invenzione, un ritrovamento, una voce nuova aggiunta al gran coro della vita. Perciò i suoi paesaggi, nei quali la solidità della linea si associa alla delicata fusione dei toni, vivono artisticamente non solo per quello che essi sono, ma anche per quello che appariscono. Essi ci rivelano che il pittore è andato spesso oltre la verità tangibile, che ha obbedito ad una forza superiore, ad una diversa legge, la quale gli ha imposto di procedere oltre e lontano da ciò che cade immediatamente sotto il senso. Il paese allora non è più un pezzo di mondo su cui l'artista abbia gittato un suo velo per immobilizzarlo in un aspetto solo e monotono: è un pezzo di mondo che continua a vivere e a innovarsi in tutte le sue parti e che tutt'insieme sente l'impressione di una nota dominante e ne risuona con un accordo unico, in cui ogni cosa mette la propria vibrazione. Il segreto di quest'arte non è tutto nella poesia dell'idea, esso consiste anche nella sintesi della rappresentazione.

La vita e la bellezza di un quadro non risultano mai dall'esecuzione accurata di minuti particolari riprodotti secondo la più fedele imitazione della realtà. In pittura le forme che veramente servono a mostrare l'essenza e la virtù del vero sono quelle nelle quali appare la maggior somma di vita ed è più intensamente concentrata la luce dello stile. In questa scelta dell'essenziale, in questa eliminazione degli accessori inutili, in questa semplificazione della sovrabbondanza naturale è un lavorio del pensiero, nel quaie l'io dell'artista inconsapevolmente si rivela. Guardiamo le quarantasette piccole tele esposte dal Sacheri. Ognuna di esse è un quadretto indipendente e compiuto, corrispondente a pieno all'idea che la natura ha comandato all'artista di esprimerei ma nel loro complesso si proietta il simbolo di un particolare aspetto della vita. Ciò vuol dire che in tutti quei dipinti sotto alle forme visibili esiste una linea invisibile e comune, la quale vive entro la trama del lavoro pittorico, ne rivela il ritmo misterioso e indica quanto efficacemente l'artista sappia mettere nel segno l'intimo fremito del proprio spirito in presenza d'una visione.
 
La caratteristica più saliente di questo spirito è la malinconia. I cieli grigi della Danimarca, le grandi pianure olandesi, le colline del Piemonte, le roccie della riviera ligure ci appariscono soffuse di una uguale, dolcissima mestizia, che tocca a volte i confini della potenza drammatica. Ma la tristezza è buona, e, se il balenio di una nota più vivace e vibrante ci ridesta nell'anima un rimpianto di cose lontane, quel fugace apparire che dilegua come una musica e si spegne come un raggio che d'improvviso si offuschi, lascia nell'anima una scia di beatitudine.

Tale è il significato dell'arte di Giuseppe Sacheri, la quale, come le canzoni che esprimono la malinconia dell'anima popolare, ama il tono minore, parla con voce tenute e sommessa, non per ripetere, ma quasi per accompagnare da lontano la nota limpida e potente, la voce che suona dominatrice sotto la luce del cielo e dinanzi al riso delle onde.

La mostra delle incisioni è quest'anno assai più ristretta del solito e se, dallo Chahine al Cottet, dal Raffaélli allo havermann, dal Meunier allo Zoir, vi figurano i più gloriosi campioni del bulino, nessuno ci si presenta in una forma che lasci intravedere nuovi atteggiamenti d'ispirazione e di tecnica. Fra i nostri debbono ricordarsi una bella visione di Verona scomparsa di Angelo Dall'Oca Bianca, tre nitide e incisive punte secche di Lionne, l'Incubo e la Veglia delle streghe dí Umberto Prencipe e due delicate, suggestive acqueforti di Angelo Rossini.

Ma basterebbe a nobilitare la mostra del bianco e nero, a dare anzi ad essa un carattere ed una importanza assolutamente eccezionali, la raccolta quasi completa delle acqueforti di Frank Brangwyn. Il Brangwyn è il più alto glorificatore della forza e del lavoro fra tutti gli artisti oggi viventi. Spenta l'espressione sacra, all'arte è rimasta la realtà del presente e del passato, la realtà dell'uomo e della natura. Rappresentare l'umanità con le sue gioie e con i suoi dolori, col suo genio e con la sua degenerazione, con i suoi doveri umili e con i suoi atti eroici, è un ideale non meno alto, non meno nobile di quello che spingeva gli antichi artisti a popolare di Vergini e di Santi la solitudine delle chiese. Frank Brangwyn ha intesa la nobiltà di questo compito ed ha celebrata la bellezza di tutto ciò che nella vita vi ha di grande, di possente, di spettacoloso e di solenne. Non c'è immagine dell'attività manuale dell'uomo, non c'è segno della sua forza, non c'è conquista nella sua volontà che non abbia trovata la sua elevazione, la sua gloriicazione anzi, nella impressionante efficacia delle acqueforti del grande pittore inglese. I soggetti più comuni e più volgari si nobilitano per virtù della sua ispirazione; i facchini della darsena di Londra, gli scaricatori di Anversa, i beccai di Rouen, gli sterratori, í carpentieri, i falegnami, i fabbri sono i personaggi di questa grande evocazione che tra i moderni vi fa ripensare a Constantin Meunier e ad Emilio Zola, tra gli antichi vi riconduce a Michelangelo.
Come Frank Brangwyn, Michelangelo amò rivelare in ogni segno un segreto della vigoria umana e una legge della vita, ma, sotto questa somiglianza apparente, quanta diversità fra l'ideale estetico che animò l'altissimo artefice del rinascimento e quello del grande incisore moderno!

Nelle opere di Michelangelo il genio che creò l'Ilisso del Partenone sembra rinascere prodigiosamente, per esprimere la perfezione della bellezza e della forza. Le Sibille, i Profeti, gli Efebi della Cappella Sistina, chiusi nel cupo raccoglimento della loro visione terribile, sembrano il simbolo tragico della colpa e del dolore umano. Attorno a loro la vita si svolge in un ritmo di procella, con la violenza di un vasto incendio, in un'onda di follia che par traversare gli oscuri fondi delle scene, ma nell'impeto della bufera la figura umana appare incrollabile come i pini e come le montagne. La stanchezza non trapela in quei segni di una forza che ignora se stessa, l'isolamento del pensiero tormentoso non offusca quegli occhi abituati a leggere nell'avvenire. Adolescenti che non conoscono il sorriso, donne alle quali è ignota la speranza, veglianti in cui è la rivelazione dell'eroismo fatidico, tutti appariscono ugualmente estranei alle leggi dell'esistenza e del tempo; la loro immobilità li tiene segregati dal mondo, sotto la legge di un ferreo destino; tra la loro giovinezza e la loro vecchiaia non è nessuna differenza, poichè esse non sono se non un pieno sviluppo di maestà e di forza.

Al contrario dei personaggi della grande epopea michelangiolesca, gli uomini del Brangwyn non conoscono la solitudine e il riposo. Essi appariscono in folla, nel turbinìo e nel rumore delle officine e dei cantieri, ansimanti, vellosi, possenti, tra foreste di travi, in mezzo a nugoli di polvere, immagini reali di una vita drammatica e maravigliosa, simboli rappresentativi di un'epoca e di un'idea. Lo sforzo che sembra determinare ogni figura ad una imminente azione impetuosa deforma ossa e muscoli, la continuità della fatica che abbrutisce spegne la luce negli occhi senza sguardo, curva le spalle, prostra i corpi giganteschi in attitudini di stanchezza suprema.

Anche il segno con cui l'artista esprime la sua visione è vigoroso, risoluto, eroico. Ne deriva una grandiosità epica, in un ambiente che e quello della esistenza di tutti i giorni; una pittura che sembra rivelazione di cose di per sè evidenti, ma che pur sono ignote alla folla, la quale vi passa accanto senza vederle, fino a quando uno sguardo più profondo non ne penetra la vita e un cuore più largo non ne ripercuote il sentimento. Quello sguardo e quel cuore che sono la prerogativa, anzi l'essenza stessa del genio!

 

Arduino Colasanti                  
 

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