Pillole d'Arte

 
 
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(Fonte : Albo artistico napoletano - 1853)

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Alcune opere di Belle Arti esposte al Real Museo Borbonico

nel Febbraio del 1851

 

   VIII. A questo scopo ci pare ottimamente scelta dal De Napoli la benedizione di Giuseppe, persona che oltre all'essere di così grande importanza per l'avvenire de'suoi, e pure starei per dire carissima, essendo stato specchio di vita incolpabile e di meritate prosperità. E parlando di questo momento, quanto non sono ripiene di sublime affetto le parole che rivolge il padre a lui Nazareno trai suoi fratelli, ricolmandolo di benedizioni maggiori di quelle che egli stesso aveva ricevute un giorno dal padre Isacco! Più lunga e diffusa tu vedi nel libro santo la benedizione di questo Giuseppe; lui solo vien rappresentato a gettarsi sulla faccia del morto padre piangendolo e baciandolo, e lui solo curare l'adempimento del sacro cenno perchè le ossa del vecchio venissero composte vicino a quelle d'Isacco e della madre. Nè queste bastano, ma ben altre ragioni mi sembra che potessero consigliare un artista a scegliere la benedizione di Giuseppe, il quale nella diversità e nella ricchezza dell'abbigliamento facilmente si lascia ravvisare e distinguere dagli altri, anzi dà bellissimo esempio appunto di virtù, umiliato e prostrato nella sua grandezza di vicerè ad ascoltare le parole ispirate da Dio. Dissi adunque che a me pare essere stata ottimamente trascelta dal De Napoli la benedizione di Giuseppe come momento da rappresentare; e mi piace di credere che il Postiglione abbia voluto scegliere il punto medesimo quando veggo così stretto vicino al padre amorosamente il suo Giuseppe, e veggo gli affetti espressi nelle persone di Ruben, di Giuda, di Levi e di Simeone. Se non che l'attitudine svagata ed ancora poco riverente di alcuni figliuoli, e più che ogni altro il modo com'egli ha rappresentato Giacobbe, non fanno ravvisare pienamente s'egli benedica, e quale de'suoi figliuoli. E quindi io che udiva con molto studio ogni cosa che si dicesse intorno a quei cartoni, serbando quelle che non mi sembravano al tutto ingiuste, sentiva lodare assai questo lavoro più per la squisita diligenza delle parti che per la sua composizione. Anzi starei per dire che il Postiglione non abbia voluto in quanto ad esecuzione tralasciare nessuna di quelle difficoltà che molte volte non è pigrizia ma arte di Omettere ed abbia anteposto alla sobrietà la ricchezza.

   IX. Parve ad alcuno solitaria troppo la figura del suo Giacobbe così confinata ad un estremo del quadro, e più bella che veneranda. Certamente se tu vada cercando bellezza e maestà, nulla ti rimane a desiderare quando abbi veduto questo Giacobbe, nel quale trovi decoro e perfezione di forme quanto vuoi, ma poco di sacro. E poco ancora d'infermo o di vecchio, qualità che pur erano impossibili a trascurare nella figura di un patriarca che la storia ci descrive così grande sugli altri e così aggravato di anni e di sciagure. Non meno egregiamente condotte sono le figure del Ruben e del Giuda, ma non trovi ragion sufficiente a quelle due braccia del primo cosi ferme e strette in faccia alla parete, né a quelle del Giuda in altro modo ma pur distese entrambe verso il cielo; le quali due espressioni di affetto diverso parvero a molti eccessive. Nè voglio credere che nell'animo del giovine autore predominasse la vaghezza di far pompa della sua perizia nel disegnare, della quale ha dato prova sufficiente nelle altre figure del quadro, come in quella del Levi, del Beniamino, e in quella di Giuseppe, nella quale non sai se è maggior pregio la diligenza del lavoro o quell'aria e movimento di affetto che dà tanta grazia alla sua persona. La diligenza non è minore nelle parti del corpo che nelle pieghe e nelle varie parti dell'abbigliamento, nel quale avvedutamente rappresentò ricchezza maggiore che in tutti gli altri fratelli. E se il De Napoli non avesse per altro modo renduta facile a ravvisare e gratissima per decoro e gravità la figura del suo Giuseppe, pure mi sarebbe piaciuta quella differenza nella foggia dell'abito di Giuseppe che dimostrasse l'altezza dell'ufficio suo colà nell'Egitto.

Di questa varietà seppe trar profitto il Postiglione; e certamente i soggetti ricavati da quella antica età del popolo ebreo offrono larghissimo campo alla immaginazione dell'artista, essendo assai poche e pure assai combattute le opinioni che ci rimangono intorno all'abbigliamento di quelle genti. Se non che in questo e riposta la perfezione del discernimento nell'artista: fare che la varietà delle fogge non turbi il carattere generale della storia che vien rappresentata. Quindi non piacque ad altri che il Postiglione accumulasse tante costumanze troppo diverse ed opposte nel suo cartone, dove tu ravvisi vicino al caffettano ed al turbante la Tunica ed il pallio. Colpe sono al certo, ma scusabili colpe in un giovine, perchè da quella stessa origine, a me pare, donde procedono molte bellezze nei quadri de' giovani ne' quali e molto ingegno, procedono ancora i vizi. Nulla più facile che l'oratore giovine ed ardente sembri talvolta declamatore più che eloquente; ma nulla più facile che l'uso dell'arte corregga le intemperanze della fantasia e lo conduca alla vera eloquenza. E cosa assai ragionevole che le idee raccolte e gli studi fatti e le opere vedute sieno tutte presenti, benché varie, diverse ed opposte, alla mente del giovine artista, al quale vengono espresse direi quasi involontariamente com'egli le ha vedute, quando si fa a rappresentare qualche suo concetto. A molti sembrerà che alcune figure del suo cartone ricordino Raffaele ed altre il Vernet, ciò che e una pruova potentissima di quanto si debba sperare da quest'artista il quale ha saputo ravvisare il bello dovunque gli è incontrato di vederlo e serbarlo nella memoria vivissimo. Alla quale facoltà dell'animo umano quando si aggiunga l'intelletto che ordini e disponga, l'artista si potrà dir perfetto e degno della gloria che acquistarono i sommi.

Negli artisti ancor giovani avviene di ravvisare tal volta donde abbiano tolte involontariamente alcune parti dell'opera; non così quando essi per lunga pratica ed uso abbiano convertito dirò quasi in espressione immediata dell' intelletto quello che poteva dirsi artificio della memoria. Così io mi conforto nell'avvenire di questo egregio giovine quando sia divenuto maestro nel concepire come nell' eseguire, nella qual parte di squisita esecuzione e stato grandemente lodato pure dai maestri. Ed in alcune cose le quali non furono lodate nel suo lavoro non fu giammai per vizio di esecuzione, ma di poca convenienza, come a dire nelle braccia del Giacobbe le quali parvero, allo stato d'infermità del morente, gravi troppo c nudrite; o nella figura di quel figliuolo inginocchiato alle spalle di Giuseppe, perchè troppo meschino nelle sue proporzioni a fronte degli altri, quando si trova pure nel prime piano del quadro e più vicino ai riguardanti che non è lo stesso Giacobbe.

 

   X. Nè qui voglio essere ardito di proseguire a discorrere quelle parti dell'opera che malamente si vogliono giudicare da chi non è artista più che scrittore. Io so pure quanto spiace agli artisti (massimamente ai mediocri) che gli scrittori parlino dell'arte e delle opere loro. Ma non sono del numero di costoro ne il Postiglione ne gli altri concorrenti, i quali sanno pure che
gli artisti eccellenti non amano le sole lodi, e sanno che le diverse parti della pittura sono in tanto gran numero, ch'egli rimane sempre un largo campo agli scrittori dov'essi possano avventurarsi a ragionare e giudicare senza ardire e senza pericolo. Sanno che la gloria non viene solamente ad essi dalla sentenza de' soli artisti chiamati a dar giudizio dell' opera loro, ma che un altro è pure il giudice, come ho detto innanzi, il quale non so dove sia propriamente a volerlo ritrovare nè a volerlo far tacere. Di questo giudice invisibile sono talvolta interpetri gli scrittori i quali essendo le più volte lontani dalle cagioni, veggono le opere degli artisti con animo sereno e sgombro di quelle passioni ed affetti che debbono turbare i cultori di una stessa arte, per colpa dirò quasi connaturale all'uomo. Io son certo quindi che non dovrà spiacere nè al de Napoli, nè al Postiglione, nè a Giuseppe Mancinelli altro de'concorrenti il quale aveva già bella fama in mezzo a noi per opere già compiute ed ammirate, e prima fra queste un San Carlo Borromeo che ministra il sacramento della confermazione ad un fanciullo attaccato dalla pestilenza. Opera di molte figure di natural grandezza che oggi puoi vedere esposta alla venerazion dei fedeli nella chiesa de' Padri Belle Scuole Pie di San Carlo all'Arena. Opera già preceduta da altri molti quadri del Mancinelli, ammirati siccome dicemmo per buona composizione e diligenza di pennello, e che la più gran parte adornano le reggie di Napoli e di Caserta. Questi dipinti sono stati in diverse tempi recati dal Mancinelli da Roma dov'egli dimora , e bisogna pur ravvisare che le ispirazioni della città eterna hanno avuto gran parte nelle opere di quell'autore. Il quale e, studioso assai di quelle bellezze che tanto straordinariamente abbondano nel Vaticano non solamente e nelle splendide sale de'romani patrizi, ma per i tempi, per le piazze e per le vie.

Anzi chiunque e stato spettatore ed osservatore della moderna Roma non negherà ch'egli e impossibile a rinvenire un vivere più di quello desiderabile agli artisti; numero grandissimo, di età diversa, di diversa patria e favella, i quali s'intendono pur tutti ed hanno tutti comune, come vincolo di ampia famiglia, il linguaggio del bello universale quale li chiama e li raccoglie in Roma dalle sponde del Tamigi, della Senna, della Neva ed anche dell'Orenoco. Il quale artista in una città ampia, popolosa, svagata ed oziosa come la nostra, ultima in Italia per diffusione di coltura intellettuale, troppo si affatica a rinvenire quella pace amica degli studi, e quel civile ed amichevole consorzio degli studiosi che abbiam veduto nella eterna Roma, dove non solamente il pennello e la matita , ma lo stesso conversare e gli stessi diporti sogliono essere un esercizio per gli artisti preziosissimo, e raro ad ottenersi altrove dovunque.

   XI. Ma prima ch'io venga a far parola del suo cartone, non posso tacere di un quadro del Mancinelli esposto fra gli altri lavori, e rappresentante la figliuola di Faraone che salva dalle acque alle quali era stato abbandonato il bambino Mosè. Quello che nel Mancinelli è stato sempre ammirato, voglio dire la graziosità delle forme e il tono e l'armonia del colorito, non manta a questo dipinto. Sebbene per accomodarsi alle diverse condizioni del soggetto ebbe a dare e volle un tal tono alle tinte, che molti gridarono al Mancinelli, come s' egli avesse voluto accarezzare qualche passione del secolo che ama più il brillante che il vero. Quelle tinte si han da riguardare con occhio ben diverso da coloro i quali ricordano il Tasso alla corte di Ferrara dello stesso autore e pensano quanto diverso è il cielo d' Italia da quello di Egitto. E in fatti tu vedi e quasi senti l'aria di fuoco che tinge in quel colore tutte le campagne fecondate dal Nilo, se non che la rinfresca la vista di quel benefico fiume. Quindi se nella luce del nostro giorno sono per temperata digradazione più soavi all'occhio i riflessi e le mezze tinte, era giusto che il discernimento dell'artista cercasse di mostrare più risentiti quei riflessi e più calda quella luce che venivano prodotti da un sole come quello dell'Africa e da una riverberazione cosi gagliarda. Sul primo piano del quadro vedi la cesta che fu affidata ai greti ed alle alghe del fiume, la quale presa di una delle servienti è mostrata alla figliuola del re. E questa circondata dalle sue donne si maraviglia a quella vista, per quanto pure si possa lasciar commovere l'altezza del suo grado reale. Non così le altre che fanno atti di stupore ma più di allegrezza, tanto quelle raccolte intorno alla reale donzella quanto quelle che stanno dall'altro lato del quadro. Anzi mostrano di fare un tale schiamazzo di riso che pare estremo e che l'artista avrebbe potuto moderare alquanto. Questo io dico avendo riguardo alla diversità di condizione di quelle serve e damigelle (perchè le une e le altre trovo mentovate nel libro dell' Esodo), le quali doveva farle più rispettose innanzi alla loro signora, come dico ancora avuto riguardo ad una certa solennità ed affetto che il quadro avrebbe dovuto ispirare, non ostante la letizia di quelle ore mattutine, che così dolcemente sorride in quella tela, e di tante femmine colà raccolte a bagnarsi.

Mi ricordo che Raffaele nel rappresentare il ritrovamento di Mosè, fatto di suprema importanza nella storia, ha figurato la regina e tutte le sue donzelle affiliate e strette insieme e tutte rivolte al bambino e tutte incurvate a riguardarlo. Conformità di movimento che raro si può adoperare in un quadrose non quando un sentimento o un affetto concorde ed improvviso la rende necessaria. Ma il quadro del Mancinelli, abbia pure le sue macchie, è tutto pieno di quella vaghezza che non manca all'autore giammai. La quale se talvolta apparisce leziosa e molle, se ne ha piuttosto ad assegnare la colpa a questo moderno, io non so dire se vezzo o bisogno, di restringere in troppo piccole proporzioni la rappresentazione delle più solenni
storie e passioni umane. Nelle quali angustie non vorrei che gli artisti che aspirano a vera gloria si lasciassero stringere facilmente, e molto mi conforta l'esempio di alcuni nostri pittori viventi, i quali non vollero usare giammai il supremo magistero dell'arte in cosi piccolo campo, dove gli affetti malamente si mostrano e possono poco operare sull'animo de'riguardanti ed hanno forse principal parte la scena o le stoffe. E come nel libro tu leggi sempre l'anima dello scrittore (quando egli sia tale che meriti questo nome), cosi mi è sembrato sempre di ravvisare nelle opere di questo artista un'indole pacata, serena, non atta agli affetti concitati, alle ardenti passioni quali richiederebbe la espressione di alcuni soggetti grandiosi ed alti. Nè questo è picciol campo che gli rimane, ed infinite sarebbero le opere che potrebbero venirgli ispirate dai soli sentimenti della religione e dell'amore, perch'egli non avesse ad avventurare il suo pennello in opere di altro genere che non sono quelle da lui compiute sin oggi.

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